Alcamar, 40 anni dopo. Il condannato innocente e la strage senza colpevoli

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Era la notte del 27 gennaio 1976 quando alla casermetta Alcamar di Alcamo Marina, nel Trapanese, a una manciata di passi appena dalla spiaggia, due giovani carabinieri morirono sotto numerosi colpi di arma da fuoco. Si chiamavano Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta e avevano diciannove e trentasei anni. Pioveva forte quella notte lungo la costa e nessuno, lì intorno, sentì o vide qualcosa. Nessun movimento, nessuno sparo, nemmeno il rumore e il bagliore della fiamma ossidrica con cui gli assassini scardinarono la serratura del portoncino di ingresso per poi compiere la mattanza.

Da allora sono trascorsi quarant’anni: un tempo lungo, lunghissimo, gravido di fatti, di segreti, di depistaggi, e tuttavia insufficiente – così pare –  a svelare il movente di quella strage e a mettere nero su bianco i nomi dei suoi autori, rimasti così ignoti.

Perché quarant’anni dopo Alcamar il solo ad aver pagato è stato un uomo innocente, uno che manco c’era lì e che, in questa brutta storia, ci è finito dentro senza una ragione. Quando tutto è accaduto Giuseppe Gulotta, questo il suo nome, aveva diciotto anni, faceva il muratore ad Alcamo e inseguiva il sogno di vestire, un giorno, la divisa della Guardia di Finanza. Un sogno che si è poi infranto il 12 febbraio di quello stesso anno quando fu arrestato dai carabinieri insieme ad altri tre giovani, tutti accusati del duplice omicidio, portato in caserma, picchiato e torturato per due giorni, spinto a confessare una falsa verità (poi ritrattata) e sbattuto in una cella di isolamento, da cui è uscito ventidue anni più tardi.

Ne aveva diciotto, Gulotta, quando le porte del carcere di San Gimignano si sono chiuse alle sue spalle, trentadue – e una compagna, Michela, che poi diventerà sua moglie – quando è stato condannato all’ergastolo, cinquantaquattro quando la revisione del processo, chiesta dopo le ammissioni di uno dei carabinieri che avevano assistito alle torture, si è conclusa con la sua assoluzione con formula piena.

Oggi, cinquantottenne con l’anima intessuta di ferite, aspetta da Certaldo, la cittadina dove vive da anni insieme a Michela e ai loro quattro figli, che lo Stato riconosca con un indennizzo tutto il male che gli fatto. Sotto ogni aspetto: fisico, biologico, psicologico, morale, patrimoniale e tutto ciò che riguarda ventidue anni di vita mancata. “Sono passati due mesi dalla chiusura del processo per il risarcimento davanti alla Corte d’Appello di Reggio Calabria ma l’ordinanza ancora non c’è”, racconta, deluso. “Speravo che in questa fase ci fosse una maggiore sensibilità da parte delle istituzioni, considerata pure l’ostilità che l’Avvocatura ci ha dimostrato: si è opposta al risarcimento ritenendo che non mi spettasse poiché, quel delitto, io l’avevo confessato”.

La sua amarezza è palpabile eppure, nonostante tutto, in questi anni non ha mai perso la speranza. Mai, nemmeno per un giorno. “La mia vita è stata rovinata per due volte, eppure non ho rabbia dentro: non la provo nemmeno contro quei carabinieri che mi hanno torturato, ormai tutti morti; non è con la rabbia ma con la speranza che si va avanti”.

Dei quattro giovani arrestati quella notte ad Alcamo, solo lui ha intrapreso il girone infernale; due fuggirono in Brasile mentre un altro, colui che sotto pressione fece ai carabinieri il nome di Gulotta, si tolse la vita in carcere.

“Giuseppe è un uomo che ha sopportato tutto questo con grande forza e dignità”, ammette l’avvocato fiorentino Pardo Cellini, da tempo suo legale insieme con il trapanese Baldassare Lauria, “e che ora ha deciso di dedicare il resto della propria vita all’aiuto di quanti stanno subendo la stessa ingiustizia: per questo abbiamo creato insieme una fondazione che porta il suo nome e che, grazie all’aiuto di esperti, offrirà alle persone condannate senza colpa la possibilità di avviare la procedura di revisione”.

In attesa che l’ordinanza venga depositata e che arrivi, finalmente, l’atteso risarcimento (quantificato dagli esperti in 61 milioni di euro), l’ex muratore vive grazie all’aiuto del parroco di Certaldo e di molti concittadini di buona volontà. “Giuseppe è un uomo talmente eccezionale che riesce a tranquillizzare perfino me”, aggiunge Cellini. “A volte capita che mi prenda lo sconforto perché, come in questo caso, un provvedimento importante tarda ad arrivare, ma basta poco perché mi senta rasserenato; basta che lui mi telefoni e che mi dica, pieno di fiducia: “Avvocato, stia tranquillo che l’ordinanza arriverà presto”.

Monica Zornetta (Avvenire, 28 gennaio 2016)