Maggi: “Io, medico e fascista, sono l’ultima vittima di Piazza Fontana”

Il pentito Felice
07/08/2008
Reportage. Viaggio a Treviso, dove la xenofobia è solo un clichè
10/12/2009

Ai ragazzi che scendono in piazza contro la riforma Gelmini raccomanda, come un nonno giudizioso, di studiare anziché protestare. “E’ una buona riforma mentre le vostre proteste sono manovrate dall’alto”. Ma poi, immaginandosi con cinquant’anni di meno e con il fidato gruppetto di “amici forzuti” a guardargli le spalle, ammette: “Sì, in piazza ci sarei anch’io, ma a menare le mani”.

Carlo Maria Maggi è fatto così. E’ un fascista di 74 anni che non ha mai abiurato alla sua ideologia, che è stato assolto dalle accuse di strage per le bombe in Piazza Fontana e alla questura di Milano ma che il prossimo 25 novembre sarà imputato nel processo per la strage di Piazza della Loggia a Brescia in cui, il 28 maggio 1974, morirono otto persone e altre 108 rimasero ferite.

Lui, ex “potentato” veneto di Ordine Nuovo, ex medico di base nell’isola più “rossa” di Venezia, la Giudecca, ed ex medico sportivo della società calcistica Sacca Fisola, in questi anni non ha mai smesso di dichiararsi innocente. Anzi, vittima. Una vittima della giustizia. Ora lo fa con un libro, intitolato appunto “Anch’io una vittima. Piazza Fontana 1969. Questura di Milano 1973. La mia verità”, che uscirà a dicembre per la Editoriale Chiaravalle di Tortona di proprietà di un ex combattente della Repubblica Sociale Italiana.

“In questo libro racconto la mia vita – spiega Maggi dalla sua casa alla Giudecca dove vive, con una pensione di 2 mila euro al mese, insieme al figlio Marco e a due gatti -, l’infanzia a Stienta, in provincia di Rovigo, gli anni del Collegio Angelo custode e dell’università, l’esperienza come medico “dei matti” e poi il concorso vinto come assistente di geriatria all’ospedale Giustinian oltre, naturalmente, alle mie vicende politiche e giudiziarie”.

Ecco allora scorrere i nomi e i volti dei camerati che con lui, nel 1961, a Padova, facevano “più paura dei comunisti”; ecco narrare il proprio passaggio dal Movimento Sociale Italiano a Ordine Nuovo; il carcere a Rimini, a Bologna e a San Vittore; i pressanti “inviti” di un capitano del Ros al pentimento e, infine, i processi, “tutti scaturiti – tiene e precisare – dalle infinite bugie raccontate dal pentito Carlo Digilio”.

Frutto di queste “fantasie” (Digilio nei primi anni Novanta venne colpito da un ictus che gli causò problemi alla memoria, ndr) sarebbe anche il processo del 1982 per tentata ricostituzione del Partito fascista e per traffico d’armi al Poligono di tiro di Venezia, terminato per Maggi con una condanna a 21 anni in primo grado diventati 6 in appello.

L’ex ispettore di Ordine Nuovo (“ma era solo un titolo onorifico: non ho mai avuto molti soldi e quindi non ho mai potuto ispezionare”), figlio di un capitano della Guardia nazionale repubblicana e genero di un noto esponente della comunità ebraica veneziana, afferma di non nutrire preoccupazioni per il processo di Brescia: “Anche quello è nato dalle invenzioni di Digilio. Sono tranquillissimo, convinto che per me arriverà la terza assoluzione”.

Buona parte della sua controversa esistenza è accennata nelle molte fotografie che affollano la credenza al centro del soggiorno. Sembrano quasi sgomitare per farsi guardare da questo vecchio un po’ malandato a seguito di una complicata operazione ai polmoni e con una neuropatia congenita alle gambe che gli impedisce quasi di camminare.

In uno di questi scatti, in bianco e nero, Maggi è al centro di un corteo che si snoda lungo via Veneto, a Roma. “Erano i funerali di Rodolfo Graziani”, spiega, “il fondatore di Ordine Nuovo con Pino Rauti e Giorgio Almirante”. Lui, giovanissimo, avanza con passo deciso tra bandiere sventolanti e gagliardetti. I suoi capelli sono folti e scuri e indossa un impermeabile chiaro.

Molte le immagini che ritraggono una bella donna bionda. E’ la moglie, una ex professoressa di scuola media che a causa delle vicende giudiziarie del medico ha dovuto lasciare Venezia per andare a insegnare in provincia. Dal 2004 non c’è più. Un cancro al seno l’ha portava via dopo anni di radioterapia e di sofferenza. “Si era ammalata nel 1997, all’epoca del processo di Piazza Fontana. E’ questo il mio più grande rimorso – confessa, abbassando lo sguardo – l’aver anteposto la politica alla famiglia. E’ la sola cosa che, se rinascessi, non rifarei più”.

Poi ci sono i figli, Marco e Lorenzo, laureati in lettere e supervisori del libro. “Da bambini hanno sofferto parecchio a causa delle mie disavventure. Quando la polizia è venuta a prelevarmi a casa – la prima volta c’erano trenta agenti, quattro indossavano il passamontagna – hanno visto tutto. Un poliziotto aveva pure preso in mano un mitra giocattolo di Lorenzo e lo aveva provato: gli sembrava impossibile che non fosse un’arma autentica”.

Il suo nome e quello degli altri componenti di Ordine Nuovo come Pino Rauti e Delfo Zorzi (anch’essi imputati per Piazza della Loggia), Franco Freda e Giovanni Ventura, ha attraversato le vicende più buie degli ultimi 50 anni italiani, eppure assicura – con vero sprezzo del pericolo – di non aver mai sentito parlare nei “suoi ambienti” della strategia della tensione. Non nega però di aver conosciuto tutti e non prende le distanze da nulla.

Fuori piove, uno dei gatti smette di girare per la stanza e si acciambella accanto a “maggino”, come lo chiamava Toni Negri ai tempi dell’università. La televisione trasmette le immagini degli scioperi dei ragazzi. “I giovani di oggi? Mi sembrano un branco di smidollati: li vedo sempre con il telefonino e con quelle “cose” alle orecchie. Da questa gioventù mi aspetto poco. Ci sarebbe bisogno di un maggiore senso dello Stato, di più doveri anziché più diritti. Sono pienamente d’accordo con il ministro Maroni: è giusto denunciare chi occupa gli spazi pubblici”.

E le stragi? Secondo lei possono tornare, come di recente ha detto Licio Gelli (“Le stragi ci sono sempre state e sempre ci saranno perché non c’è ordine”)? “No, non sono per niente d’accordo. Secondo me quella stagione non tornerà più: mancano i presupposti e mancano pure gli attori. Sono convinto invece che a breve possano tornare dei disordini nelle città: tutto ciò anche perché il nostro Paese non ha ancora digerito la violenza che ha scritto la sua storia più recente”.

E mentre la Corte d’Assise di Brescia lo attende, lui guarda con simpatia a Berlusconi, a Forza Nuova e al Veneto Fronte Skinheads sebbene, così dice, la politica non lo interessi davvero più.

Monica Zornetta (Corriere del Veneto, 23 novembre 2008)