Strage di Brescia. Maggi: “Io, vittima delle panzane di un ex amico”

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Dopo aver attraversato a fatica lo spoglio corridoio di casa, si lascia cadere esausto sulla poltrona e mi pianta addosso uno sguardo scuro e duro. Solo quando uno dei suoi gatti comincia a rotolarsi sul letto alla ricerca di coccole, al vecchio medico spunta il sorriso. “E’ affettuoso”, dice, mentre si sistema le gambe malate che ormai non lo reggono più. “Me l’hanno regalato sette anni fa, quando è morta mia moglie. Questo è il suo gatto”. Carlo Maria Maggi lo guarda e per un istante si intenerisce. Allontana da sé il deambulatore con cui si sposta da una stanza all’altra di casa, nella Giudecca “bolscevica” in cui vive dagli anni Sessanta, e torna con lo sguardo interrogativo su di me. Accanto a lui, sopra il mobile a specchiera, la televisione trasmette le surreali liti di “Forum”. All’improvviso, bruciando sul tempo qualsiasi mia domanda, chiede: “Ha letto il mio libro? Guardi, lo prenda, è lì. E’ tutta la mia storia. L’ho scritto un paio di anni fa, quando la mia memoria era più buona di oggi. Ho scritto tutto, tranne la vicenda di Piazza della Loggia, poiché il processo è ancora in corso”.

Il libro si intitola “Carlo Maria Maggi. L’ultima vittima di Piazza Fontana” ed è stato pubblicato nel 2010 per Editoriale Chiaravalle di Tortona. Lo sfoglio, seduta sul letto. Il dottore mi osserva. Non mi sfugge la dedica, commovente, alla moglie Imelda,  scomparsa nel 2004: “Che ha sofferto con me, quanto me”; e nemmeno le poche righe estrapolate da una lettera che Enzo Tortora gli aveva scritto dopo l’esperienza carceraria. Pochi toccanti concetti che Maggi ha voluto “incidere” sulla quarta di copertina: “… e una parola non posso dirle. Quello che solo chi non sa, può consigliare: “dimentichi”… Non dimenticherà, non dimenticheremo”.

L’ultima vittima di Piazza Fontana. Si definisce così questo signore di settantanove anni di origine polesana (“di destra da sempre” come titola il capitolo 1), stabilitosi a Venezia per amore di Imelda e divenuto prima aiuto primario ospedaliero e poi medico di base pagato “a notula”, amatissimo dai pazienti.

L’ultima vittima. Lui, il reggente di Ordine nuovo per il Triveneto, sopravvissuto ad un ictus e ad un tumore ai polmoni, condannato in primo grado a due ergastoli per le stragi della Questura di Milano e Piazza Fontana e assolto, per gli stessi reati, in appello e in Cassazione.  Di sicuro è un reduce.

“E tutto è nato dalle fantasiose panzane di Carlo Digilio, che ho conosciuto nel 1959 al circolo veneziano di Ordine nuovo. Eravamo grandi amici”, racconta,  mentre continuo a sfogliare le sue memorie, “veniva spesso a cena a casa mia, giocavamo a poker, sempre ben accolto anche da mia moglie. Una volta arrestato ed estradato in Italia, ha cominciato ad inventarsi bugie soprattutto contro di me, per ingraziarsi gli inquirenti e godere di benefici finanziari e penitenziari”.

Chiudo il libro e gli chiedo – stavolta tocca a me – a bruciapelo: “Ma quante bombe c’erano a Brescia?”. Il dottor Maggi attende qualche attimo prima di rispondere ma poi, sfoderando l’espressione di chi ne ha viste tante, afferma:  “Io di Brescia non so assolutamente niente. Pensi che mi aveva avvisato mia sorella, dicendomi: guarda che è scoppiata una bomba. Gli unici che potrebbero centrare con Piazza della Loggia, Piazza Fontana e la Questura sono Freda e Ventura, ma li hanno assolti, perciò… “.

Quel “perciò” significa che coloro che sanno porteranno quel loro segreto nella tomba. Conferma di conoscere qualche ordinovista veronese della seconda “nidiata”: il “pentito” Giampaolo Stimamiglio per esempio (“Era della corrente cattolica, era un cattolico tradizionalista, stava per conto suo”), o il cognato di questi, Giuseppe Fisanotti (“ho letto sul giornale che era coinvolto in fatti terroristici … forse l’avrò visto una volta in carcere”). Dice di non aver mai sentito parlare dello spiritualismo di Ananda Marga, nega che esistessero livelli “occulti” in On e alza le mani quando gli domando se è verosimile l’ipotesi che gli autori della strage di Brescia non fossero gli stessi di Piazza Fontana. A Brescia ci sarebbero stati i giovani, i quali avrebbero avuto una gran voglia di mettersi in mostra e di dare prova di coraggio: d’altro canto, per entrare in Ordine nuovo bisognava dimostrare di avere fegato, no? domando a Maggi.  Certo, ribatte. Coraggio e lealtà. “Di prove di coraggio se ne parlava a livello teorico; io non le ho mai chieste a nessuno”. A ogni modo, per rafforzare queste virtù, ai camerati si ordinava di leggere libri tedeschi, “tipo il Mein Kampf”, precisa.

Ormai è ora di pranzo. La signora che lo assiste durante il giorno è alle prese da una buona mezz’ora con pentole e padelle. Dalla cucina cominciano a diffondersi profumi che risvegliano l’appetito. Decido di chiudere qui. Prima di andarmene, però, vedo far capolino da una pila di fogli uno dei libri del generale Amos Spiazzi di Corte Regia. lo apro e noto la dedica intrisa di stima. “Ci siamo telefonati tre giorni fa, mi ha mandato i libri. So che è stato sentito anche a Brescia” , si affretta a spiegare. Prima di lasciarmi andare, Maggi vuole raccontarmi un aneddoto: “Molti anni fa io e Spiazzi eravamo ad un pranzo, qui a Venezia, con dei cattolici tradizionalisti. Ad un certo punto ho rovesciato la minestra sulla sua divisa. Mi ricordo che si arrabbiò… lui, sempre così formalista…”. E, ridendo di gusto, il dottore “nero” (nell’isola “rossa”) mi congeda.

Monica Zornetta (Corriere della Sera, cronaca di Brescia, 29 febbraio 2012)