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Prima di coltivare la terra, e di farlo in maniera sostenibile, bisogna coltivare gli uomini. A portare avanti questa idea è stato, per tutta la vita, il pedagogista honduregno José Elìas Sanchez, promotore del “Vangelo agricolo”, che ha trascorso molti anni accanto agli agricoltori del suo Paese per aiutarli a migliorare le condizioni di lavoro ed esistenziali e per creare, per tutti, una società nuova.

Secondo Sanchez, scomparso nel 2000, prima di intervenire sul terreno è necessario farlo su chi lo lavora, sui contadini, fornendo loro gli strumenti per pensare, per essere creativi, positivi, per avere coscienza della propria responsabilità.

«Il problema sono le persone, non gli alberi, il suolo e nemmeno le colture», affermava, «e se la mente dell’agricoltore è un deserto, lo sarà anche il suo terreno»: per questa ragione insegnava ai poveri agricoltori e alle loro famiglie a prendersi cura del proprio cervello, del proprio cuore, delle proprie mani, a cambiare il modo in cui relazionavano alla terra, abbracciando non più la vuota ripetizione di gesti e di pratiche ma l’osservazione e l’invenzione, non più la competizione ma la cooperazione e la condivisione.

La sua filosofia, riassunta in un termine molto sentito nelle Americhe, Finca Humana, ha generato nell’Honduras martoriato dalla povertà, dalle violenze politiche e dalle violazioni dei diritti umani e ambientali,  una rivoluzione pacifica che ha portato alla creazione di importanti movimenti sociali, di fattorie-modello, di Centri per lo Studio dell’Agricoltura Sostenibile. Soprattutto, però, ha permesso a un gruppo di 45 contadini locali di metterla in pratica: nel 2001 si sono perciò costituiti in organizzazione e hanno iniziato a produrre un caffè equosolidale dalle molte virtù.

Con il nome di Comsa – Cafè organica Marcala, questi agricoltori hanno avviato la coltivazione delle piante di Coffea arabica in appezzamenti molto piccoli, meno di quattro ettari cadauno (il circuito Faitrade supporta l’agricoltura a livello famigliare), all’ombra di altre colture e integrato nell’ecosistema: l’ombra naturale consente, di fatto, di risparmiare acqua e fertilizzanti e il materiale organico che gli alberi depongono copre di un manto fertile il sottobosco mantenendolo umido.

Grazie al caffè, hanno poi cominciato a ripopolarsi aree e terre ormai quasi abbandonate poiché la maggior parte dei contadini si era trasferita negli Stati Uniti alla ricerca di un’occupazione; inoltre, è stato avviato un percorso di investimento sociale e culturale che ha coinvolto bambini e ragazzi.

Comsa, tuttavia, è solo una delle numerose organizzazioni dei Paesi in via di Sviluppo sostenute nella certificazione e nella vendita dei propri prodotti dal marchio Fairtrade: grazie al premio che viene loro assegnato (prezzo minimo Fairtrade + “Premio Fairtrade”), i piccoli agricoltori possono sviluppare nei loro territori e per le loro comunità progetti sociali e per l’impresa decisi collettivamente.

«Un quarto viene investito in qualità e produttività per aumentare la conoscenza, il reddito e per migliorare la competitività con gli altri caffè che crescono nella regione», spiegano da Fairtrade Italia; il resto, viene impiegato per finanziare corsi di agricoltura biologica biodinamica in collaborazione con l’Università, lavori di costruzione di strade, infrastrutture, aule scolastiche, mense, strutture sanitarie, ma anche per migliorare le attrezzature, aumentare i salari, coprire le spese per l’assicurazione sanitaria dei soci e per perseguire culture aziendali orientate alla circolarità.

Nel 2020, grazie alla vendita del caffè equosolidale, del cioccolato, dei biscotti, della frutta fresca e secca, dell’abbigliamento in cotone e altro, Fairtrade Italia ha consegnato alle organizzazioni di agricoltori e lavoratori in Asia, Africa, e America Latina più di 3 milioni di euro: è una cifra destinata ad aumentare se le previsioni di un ritorno delle vendite a livelli pre-pandemia saranno confermate. Tra i prodotti che più ne hanno risentito – e sui quali Fairtrade punta molto – ci sono le banane, la cui distribuzione nelle mense scolastiche ha subito uno stop con la chiusura delle scuole.

Ma che cosa fa nello specifico Fairtrade Italia? Dal 1994, anno in cui si è costituita a Padova, lavora in partnership con le aziende della piccola e grande distribuzione, concedendo in sublicenza il marchio a garanzia del controllo effettuato sulle filiere; collabora con le aziende nell’approvvigionamento delle materie prime certificate e aiuta il consolidamento delle filiere in base alle specifiche esigenze dei partners.

Come dimostrano i dati, dei 2500 prodotti Fairtrade attualmente presenti sugli scaffali dei negozi italiani, nel 2020 sono stati venduti soprattutto lo zucchero di canna (+ 30% rispetto al 2019, pari a oltre 5 mila tonnellate) e il cacao (+ 33% di fave di cacao rispetto al 2019, pari a 8mila tonnellate), tra cui quello prodotto dalla Acopagro-Cooperativa Agraria Cacaotera nella poverissima selva di Janjui, in Perù.

A causa anche della mancanza di vie di comunicazione con le altre comunità della regione amazzonica e di supporti finanziari e tecnici, fino al 1998 in questo territorio delle giungla peruviana imperversava la coltivazione della coca; i contadini e le loro famiglie erano ostaggio dei trafficanti di droga, della criminalità e dei gruppi terroristici e pensavano che non esistesse un futuro diverso. «La nostra società era completamente distrutta. I giovani non volevano studiare, buttavano via i soldi che guadagnavano dal commercio facile della coca. C’era un clima di violenza», ha raccontato a Fairtrade Italia uno dei fondatori dell’organizzazione.

A consentire il riscatto è stata, nel 1997, la decisione dei contadini di unire le forze e, guidati da un esperto di agroalimentare, di cogliere l’opportunità offerta da un progetto delle Nazioni Unite per sostituire la coltivazione della coca con quella del cacao.

Dopo 25 anni di attività, la cooperativa conta oltre 2mila soci in tutta la regione: piccoli agricoltori che coltivano una media di 3 ettari ciascuno di terreno e vendono la produzione di grani di cacao a prezzi superiori a quelli della Borsa valori di New York.

Con il loro Premio Fairtrade hanno deciso di aiutare le famiglie, di migliorare la qualità del prodotto e assicurare la salute dei propri soci: di recente hanno acquistato nuovi impianti, sono passati al biologico, hanno istituito corsi di formazione per il personale e avviato uno screening per la prevenzione del tumore del collo dell’utero per le lavoratrici. Poiché hanno capito che il benessere di tutti è strettamente legato alla salute dell’ambiente, hanno anche voluto di dare il proprio contributo al cambiamento climatico piantando 2 milioni di alberi nell’ampio territorio in cui operano: 110 ettari di bosco dati in concessione per 40 anni dal Governo regionale di San Martin.

È stata infine una donna, Angelique Karezeki, a dare vita ad un’altra cooperativa, questa volta in Rwanda e tutta al femminile: Angelique’s Finest, questo il suo nome, trasforma in caffè ciò che viene coltivato dalle quasi 3 mila socie di sei diverse cooperative. Prendendo in carico la produzione e la lavorazione, le donne riescono in questo modo a guadagnare per ogni chilo di caffè venduto il 55 per cento in più rispetto a quando lo vendevano in chicchi come caffè verde.

Con il Premio Fairtrade hanno potuto fare molte cose che prima erano loro precluse in quanto donne, come costruire la propria casa, pagare la retta scolastica dei figli, garantirsi un’assicurazione sanitaria e risolvere da sole i problemi famigliari.

Monica Zornetta (L’economia civile – Avvenire, 15 giugno 2022)

https://www.avvenire.it/economiacivile/pagine/la-buona-semina-di-fairtrade-ha-dato-frutti