Fabrizio Zani: “La strage di Brescia è di Stato. La bomba era per fermare il Mar”

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05/02/2013
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24/05/2015
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Di Fabrizio Zani si dice che sia uno dei pochi “neri” capaci di rivedere criticamente quanto accaduto in Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta. Senza livori. Senza nostalgie. Senza opportunismi. Anche i famigliari delle vittime di Brescia lo riconoscono.

Forse perché lui, non più “nero” ormai da vent’anni – senza per questo essersi dissociato o pentito -,  ha deciso di rispondere solo alla propria coscienza e a una ritrovata libertà di pensiero. “E’ successo che un giorno, quando stavo in carcere”, racconta da dietro le lenti rotonde dei suoi occhiali “mi sono guardato allo specchio e ho capito quanto ero stato stupido e quanto male avevo causato”.

Una “stupidità”, come la chiama oggi questo ex “aspirante rivoluzionario” tosco-emiliano, sorta quando gli anni Sessanta stavano per tramontare. Nel 1967, appena quattordicenne, si era iscritto alla sezione livornese della Giovane Italia, in barba alle idee antifasciste che animavano la sua famiglia. Una “stupidità”, per usare di nuovo questo sostantivo, rafforzata nel 1971 con il trasferimento a Milano e l’ingresso nel Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante; e irrobustita ulteriormente, tre anni più tardi, con la costituzione dell’organizzazione terroristica Ordine nero (una evoluzione, secondo quanto egli stesso spiegherà nel 2010 ai magistrati bresciani, delle Sam, le Squadre d’azione mussolini), per la quale verrà peraltro condannato a 8 anni.

A quel tempo convinto seguace delle teorie antisistema di Julius Evola e acceso sostenitore dello spontaneismo armato rivoluzionario, è stato inoltre l’ideatore, insieme con la futura moglie Giovanna Cogolli, della rivista dei detenuti politici di estrema destra Quex, prima di approdare nelle dinamiche file dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari dei fratelli Fioravanti e di Alessandro Alibrandi. E’ in questi caldissimi anni Ottanta che il “camerata” Zani finisce di nuovo dietro le sbarre; stavolta per scontare una condanna pesantissima: l’ergastolo per aver ammazzato Mauro Mennucci, camerata pisano colpevole di aver “venduto” Mario Tuti alla polizia, svelando, nel 1975, il suo nascondiglio francese.

“Credevamo davvero nella rivoluzione”, ammette oggi Zani, sessant’anni ben portati, una laurea in Scienze politiche e un lavoro che lo appassiona nel campo dell’editoria “e ci hanno presi in giro. Il fascismo è stato un movimento reazionario che ha fortificato i rapporti con la borghesia, anziché distruggerli. Noi giovani fascisti ci eravamo formati su testi che contenevano una ideologia rivoluzionaria e tuttavia l’Msi conduceva una politica del tutto opposta a tali principi. Tutti i gruppi dell’estrema destra, e penso a Ordine Nuovo o ad Avanguardia nazionale, erano collusi con apparati dello Stato”. Ed è qui, in questa zona grigia dove il sistema si è perfettamente amalgamato con l’”antisistema” che, secondo lui, si colloca la strage di Piazza della Loggia.

“L’ho dichiarato anche in aula ai magistrati bresciani: quando stavo in carcere Nico Azzi mi disse che a compiere la strage era stato Puttino, cioè Pierluigi Pagliai, come lo stesso Azzi appartenente alla potente organizzazione La Fenice, legata a doppio nodo con i Servizi segreti. Sebbene non mi abbia offerto alcuna prova a sostegno di queste affermazioni, devo dire di averle ritenute credibili poiché in precedenza Meo (Azzi, ndr) mi aveva raccontato cose di cui avevo trovato riscontro. Penso al legame del Sid del generale Gianadelio Maletti e del capitano Antonio Labruna con tutte le più brutte attività organizzate in quegli anni al Nord. Fu Azzi, per esempio, a raccontarmi che la riunione preparatoria dell’attentato al treno Milano-Genova era avvenuta alla presenza del capitano”. Per la cronaca, sia Maletti che Labruna sono stati condannati per favoreggiamento e falsa testimonianza nel corso del lungo processo per Piazza Fontana.

“A dimostrare che Brescia è stata una strage di Stato ci sono, secondo me, due elementi: l’immediato lavaggio della Piazza con gli idranti e l’identikit di Giancarlo Esposti, l’“autore” dell’attentato”. Un identikit, poi diffuso da tutti i giornali, che raffigurava un ragazzo a lui molto somigliante ma con il volto glabro, non incorniciato dalla barba che invece Esposti, militante del Movimento di azione rivoluzionaria, usava portare. Anche quel 30 maggio 1974, quando venne ammazzato dai carabinieri con un colpo di pistola alla tempia a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, ce l’aveva.

“Non si è voluto far luce sull’identità del disegnatore di quell’identikit: l’ho detto anche a processo”, attesta Zani, che alla lotta armata e alla critica del mondo moderno di evoliana memoria ha da tempo sostituito l’ecologia e le teorie bio-regionaliste. “Un giudice serio avrebbe dovuto prendere il disegnatore e sbatterlo in cella fino a farsi dire da chi aveva ricevuto l’ordine di costruire l’identikit in quel modo. Fatto questo, gli stessi giudici avrebbero dovuto prendere quest altro, cioè il “mandante”, sbatterlo in cella e lasciarcelo finché non avesse spiegato il perché. Ma così non è successo”, continua.

“Fatto diventare Esposti il responsabile di Piazza della Loggia, erano scattati gli arresti di tutti i camerati a lui più vicini, me compreso. Tuttavia il particolare del tutto imprevisto della barba aveva fatto fallire il gioco messo in piedi da quell’”oscuro”amalgama. Arrivati a quel punto, erano in molti a sapere come fossero andate le cose e, così, nelle stanze del potere si scatenò una guerra per bande. E’ in questo particolare scenario che si colloca anche la fine di Ermanno Buzzi, mandato apertamente a morire nel carcere di Novara”.

Zani ricorda che in quegli anni, in questa parte d’Italia, era attivo il Mar dell’ex partigiano bianco e agente Cia Carlo Fumagalli, dalle chiare posizioni filoatlantiche e golpiste. Proprio in vista di un colpo di Stato Fumagalli aveva tentato di organizzare l’occupazione militare della Valtellina, coinvolgendo molte giovani “teste calde” che militavano in Ordine nuovo e in Avanguardia nazionale. Il progetto – è quanto Fumagalli dichiarerà nel 1998 al processo per la strage bresciana -, godeva dell’appoggio dei carabinieri: tra questi del generale Francesco Nardella e del colonnello Eugenio Dogliotti, conosciuto anche con il nomignolo di Penna bianca.

Alla fine, comunque, l’azione saltò e, una ventina di giorni prima dei fatti a Piazza della Loggia, il leader del Mar e altre undici persone vennero arrestate dai militari dell’Arma mentre trasportavano grandi quantità di esplosivo e armi.  “Dovevano darci una mano, invece ci hanno messo le manette”, commenterà lo stesso Fumagalli a Brescia.

Il massacro del 28 maggio 1974 –  avvenuto in un momento storico (dal 1964 al 1974) in cui l’Italia viveva sotto la continua minaccia di colpi di Stato da parte di ambienti filo americani per impedire lo spostamento a sinistra dell’asse politico -, non rientrerebbe in quella che viene comunemente chiamata “strategia della tensione”. Fabrizio Zani, anzi, ritiene che un simile disegno non sia mai esistito. “Altrimenti le stragi avrebbero dovuto essere organizzate a distanze più ravvicinate l’una dall’altra”. Spiega che queste carneficine “sono sempre degli stop o, se vogliamo, dei segnali visibili di ciò che sta accadendo a livello sotterraneo: quella di Brescia, in particolare, sarebbe stata compiuta per mettere fuori gioco alcuni gruppi e stroncare specialmente un movimento – il Mar – che rischiava di scappare di mano al potere. Anche l’Italicus, su cui non si è mai riusciti a fare luce, potrebbe essere stato un segnale rivolto a qualcuno, ad esempio a Licio Gelli”.

Fatta la strage e costruito un colpevole, nel 1982 l’”oscuro amalgama” provvede ad eliminare il vero esecutore. “Pierluigi Pagliai, volato in Bolivia insieme all’amico Stefano Delle Chiaie per sfuggire a un mandato di cattura, viene ucciso con un colpo in testa da uno dei poliziotti italiani arrivati fin lì per arrestarlo”, precisa Zani, rammentando inoltre che, prima di quel fatto, egli stesso aveva cercato di ammazzare sia Delle Chiaie che l’ordinovista Paolo Signorelli, in entrambi i casi senza successo. “Pagliai, gravemente ferito, viene operato in un ospedale di Vera Cruz ma subito dopo, nonostante il parere contrario dei sanitari boliviani, viene condotto dagli investigatori italiani all’aeroporto di La Paz e imbarcato insieme a Delle Chiaie con destinazione Roma. E’ su quell’aereo che il Puttino smette di vivere”. Ed è su quell’aereo che la verità svanisce. Delle Chiaie, accolto al suo arrivo a Ciampino dal pubblico ministero romano Luciano Infelisi, e con lui intrattenutosi per alcuni minuti a bordo dell’aereo (per questo comportamento e per il successivo incontro in carcere a Rebibbia, Infelisi nel 1988 verrà censurato dal Csm), non ha mai spiegato che cosa è accaduto in occasione di quel viaggio di estradizione.

Con la morte di Pagliai, dunque, è calato forse per sempre un velo oscuro sugli autori del massacro di Brescia.

Monica Zornetta (Corriere della Sera, cronaca di Brescia, 10 aprile 2013)