Mafia. Nordest laborioso. Criminalità vecchia e nuova

Mafia. Pasticche gialle
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Tutto ebbe inizio negli anni Cinquanta, tra le nebbie dense, i campi paludosi e le beghine ricurve che al mattino presto affollavano di Ave marie le mille chiese del Veneto bianco. Sembra l’attacco di un film neorealista ma è, in realtà, il povero scenario che ha accompagnato l’esordio della criminalità organizzata in questa pacifica regione di nordest. Malavitosi siciliani inviati al confino nelle più sperdute località della Pedemontana; criminali autoctoni vecchio stile, con tanto di capelli impomatati e baffetti scuri alla Errol Flynn, che hanno sfidato gli occhi lunghi – ma con moderazione – delle forze di Pubblica sicurezza dandosi alla macchia per sette (questi sì) lunghi anni, fino all’ultimo trascorsi tra la campagna dietro casa e le stalle che qualche paesano metteva loro a disposizione in cambio di prosciutti, salami, sigarette. E poi, dopo questi, dalla Campania e dalla Sicilia sono giunti i soggiornanti obbligati, potenti mafiosi spediti al nord da uno Stato ingenuo, convinto che solo sradicandoli dai luoghi d’origine, infetti di mafiosità, e costringendoli a vivere in terre “vergini”, la criminalità organizzata sarebbe stata debellata. Ma, purtroppo, non è andata così e i vari Salvatore “Totuccio” Contorno, Gaetano Fidanzati, Gaetano Guida “O’ pazzo” e altri, percorsa la “linea della palma” – come l’aveva chiamata Leonardo Sciascia – hanno tenuto a battesimo il futuro boss della malavita veneta: Felice Maniero.

La sua associazione mafiosa (proprio così è stata riconosciuta dai giudici: mafiosa. A ben guardare si tratta di un caso più unico che raro perché nata in quelle regioni che la Commissione parlamentare antimafia ha definito “non tradizionalmente interessate dalla criminalità organizzata”, ovvero Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) è arrivata a contare più di 300 accoliti e in oltre vent’anni di “attività” ha detenuto il controllo del territorio. Ha messo a segno una quantità di rapine miliardarie, omicidi, “lupare bianche”, sequestri di persona. Ha trafficato in droga e in armi – anche con il figlio dell’ex presidente croato Franjo Tudjman e con un commerciante di arsenali veronese -, ha ricettato l’oro rapinato agli orafi vicentini e nascosto in alcune banche elvetiche e austriache valigie zeppe di denaro frutto di reato. Dagli anni Settanta ai Novanta la Mala del Brenta ha gestito bische clandestine a Padova, Mestre e Modena; si è impadronita con la forza dell’ufficio fidi dei casinò di Venezia e Portorose, lasciando sull’asfalto, come monito, i cadaveri di due cambiavalute abusivi, Eugenio Pagan e Cosimo Maldarella; ha taglieggiato e costretto al silenzio commercianti ed esercenti. Nel 1990, poi, ha fatto saltare in aria un vagone pieno di denaro e valori uccidendo – ma stavolta per errore – una studentessa universitaria di Treviso, la 22enne Cristina Pavesi, e ferendo altre 13 persone. Ironia della sorte, al posto del succulento bottino la banda si era ritrovata con un mucchio di carte senza valore. Per quest’azione – e solo per questa – Maniero aveva chiesto scusa alla famiglia della giovane ed era arrivato a proporre loro un risarcimento milionario,  tuttavia rifiutato.

I cronisti, ammaliati dalle sue imprese, lo avevano soprannominato “Faccia d’angelo” per via di quel volto pulito, quasi etereo, incorniciato da un caschetto di capelli lisci e castani. Qualche sodale, invece, si divertiva ad usare, sottovoce, il nomignolo “cotoea” (gonna, in dialetto veneto, nda): c’è chi giustifica questo appellativo con la passione di “Felix” per le donne, chi, invece, con l’attaccamento quasi morboso alla madre, Lucia Carrain. Per gli investigatori era un genio criminale: intelligente, acuto, spietato, narciso. Il suo esordio lo aveva avuto in famiglia, a Campolongo maggiore (Ve), grazie allo zio Renato e al padre Ottorino, uomini di fiducia di quell’ Adriano Toninato che, bandito dai baffi sottili, si dilettava con rapine da capogiro (per l’epoca) prima di scegliere la più rassicurante strada della latitanza tra le silenziose e povere famiglie del paese. Talento precoce, quello di Felice. Nato nel 1954, due anni prima della sorella Noretta, a  vent’anni aveva messo in piedi il primo sodalizio che puntava, con la violenza e le armi, a diffondere la paura e l’omertà nella zona. Il primo rapporto dei carabinieri di Padova, datato 12 gennaio 1974, lo descriveva così: “Da alcuni giorni un gruppo di teppisti, di giovane età e palesemente armati, durante le ore serali e notturne, commette atti di intimidazione e di violenza ai danni di inermi cittadini e pubblici esercizi dei comuni del Piovese. In particolare i malviventi tentano, con il loro provocatorio atteggiamento, di diffondere panico in alcuni centri a cavallo tra le province di Padova e Venezia onde creare un terreno su cui svolgere l’attività delittuosa contro il patrimonio, cui sono normalmente dediti, senza timore di essere denunciati. Tali episodi, infatti, hanno già scosso sensibilmente l’opinione pubblica locale con conseguente rifiuto da parte di alcuni denuncianti di sottoscrivere le dichiarazioni rese oralmente agli organi di Polizia. Ed esplode improvvisamente l’omertà nei testimoni e la sfiducia dei cittadini verso le autorità”.

Venticinquenne, sedeva al tavolo con il siciliano Antonino Duca, vicino al clan palermitano di Stefano Bontate, con Mario Plinio D’Agnolo, braccio destro del bandito milanese Francesco “Francis” Turatello, e con il clan Fidanzati per spartirsi il traffico di stupefacenti nel Veneto. Il loro controllo del territorio era totale, come lo stesso Maniero racconterà anni dopo agli inquirenti: “Tra il 1983 e il 1989, se solo volevamo potevamo eliminare Antonino Duca e gli altri senza alcun problema. Avevamo assunto sul territorio un potere a livello di forza pubblica militare molto forte”.

Siamo stati chiusi e autosufficienti in tutto e sempre gli stessi da vent’anni agli ultimi giorni – continuerà il boss in un’altra occasione -. All’inizio noi eravamo contrari alla droga. Poi vedevamo la zona riempirsi di meridionali, nelle case da gioco vedevamo che spacciavano e l’abbiamo fatto per opportunità. L’abbiamo acquistata e un po’ alla volta abbiamo preso in mano la zona di Venezia, Mestre, Chioggia, quasi tutta Padova fino a Pordenone. L’acquistavamo e la distribuivamo a chi aveva in mano le varie zone: noi la consegnavamo e loro ce la pagavano”.

La “roba” non arrivava solo grazie ai “milanesi” ma anche a un sudamericano residente a Ladispoli; a Guglielmo Giuliano, dell’omonima famiglia di camorristi, e a due cittadini turchi: tale Charlie, che alla fine degli anni Ottanta recapitava a Campolongo tre o quattro chili di eroina alla volta e che poi si scoprì essere Gerlek Kazim, di nazionalità slava, e Nua Berisa, chiamato anche Lihan Hepguler, proveniente da una grossa famiglia mafiosa di Istanbul che aveva ritenuto di sdebitarsi in questo modo con Maniero per la clamorosa evasione dal carcere di massima sicurezza di Padova nella primavera del 1994.

Erano gli anni, quelli, in cui i fiumi di droga decimavano generazioni di giovani. Un dossier redatto dal Servizio per i tossicodipendenti della zona del Brenta registrava, nel 1991, un rapporto tra tossicodipendenti e abitanti di 1 ogni 418 contro l’1 ogni 1126 della ben più vasta area metropolitana di Mestre. Già allora la “creatura” di Maniero era strutturata come una holding: una sorta di grande società il cui vertice, occupato da “Felix” e da pochi altri uomini di sua fiducia, tra i quali il cugino Giulio, controllava le tante piccole imprese specializzate rappresentate dagli associati; ciascuno con un proprio ruolo, sia operativo che amministrativo. C’era chi custodiva la droga e chi la spacciava, chi riciclava il denaro, chi custodiva le armi o faceva le rapine e così via. Ogni ramo criminale aveva la propria cassa: in questo modo il boss poteva regolarsi sui diversi flussi di denaro e avere subito davanti agli occhi quanto i suoi luogotenenti facevano per lui.

Se qualcuno “sgarrava” lo facevano fuori. Così, sul momento. Magari guardandolo negli occhi, mentre il “traditore” moriva. E poi, come è accaduto a Sandro Radetich, veneziano dell’isola della Giudecca, lo scioglievano nell’acido. O, come è toccato in sorte al cadavere di Gianni Barizza, lo incaprettavano con del filo di ferro e lo gettavano nelle acque del Brenta. A permettere all’organizzazione di svilupparsi con tanta ferocia e nella più totale assenza di ideologie era stata, ancora una volta, la carismatica personalità del Capo, capace di aggregare soggetti diversi, come l’estremista nero Fiorenzo Trincanato – tornato a far parlare di sé l’inverno scorso in quanto componente di una banda di ex terroristi e di malavitosi vicini a Renato Vallanzasca, tutti piuttosto in là con gli anni, che spacciava droga tra Lombardia e Veneto – oppure Giuseppe Di Cecco, brigatista rosso della colonna “Mara Cagol”, fuggito con Maniero dal penitenziario di Fossombrone (Pesaro) il 16 dicembre 1987 e suo complice, l’anno successivo, del sequestro di una guardia giurata responsabile del caveau centrale di Marghera per appropriarsi degli incassi dei furgoni portavalori.

Non si faceva scrupoli a chiedere una mano ai propri legali: il padovano Enrico Vandelli per esempio, come ha raccontato il boss in una delle udienze del processo “Rialto” (terminato nel dicembre 2008 con numerose condanne e alcuni patteggiamenti, tra cui di Vandelli e dello stesso Maniero), «faceva quello che gli dicevo, come se fosse un mio uomo». Anche l’avvocato Ferdinando Bonon si era attivato in favore del Capo: aveva prestato infatti la sua opera per una compravendita immobiliare a Trieste rivelatasi poi una truffa architettata dal solito “Faccia d’angelo” e dai suoi. Per questa partecipazione gli era stata inflitta una condanna a 1 anno e 6 mesi. Una volontà di potenza senza limiti sorreggeva l’associazione. Ma ciò non significa che non ci fossero diktat di sorta. Pochi, certamente, ma da rispettare. “Volevamo conquistare il territorio, essere i più importanti e ci siamo riusciti – ha detto ancora l’ex Capo della Mala veneta in videoconferenza durante il processo -. Certo avevamo dei principi: innanzitutto non dovevamo parlare con poliziotti e carabinieri, tradire i compagni, e poi dovevamo dare soccorso ai nostri detenuti».

Eppure  due, se non più, sono stati gli uomini dello Stato con cui Maniero ha avuto a che fare, molto da vicino, negli anni: su tutti spiccano il maresciallo dei Carabinieri del Ros di Padova, Angelo Paron, il militare che insieme alle soffiate sulle indagini in corso forniva al boss anche pani di eroina e tantissime pallottole per la sua Beretta calibro 9, e l’ispettore della squadra Mobile di Padova Antonio Papa, la “gola profonda” che lo aveva “consigliato” di far sparire il denaro dalle banche austriache perché i suoi movimenti erano “attenzionati” dalla Criminalpol patavina. Tutti favori, i loro, profumatamente ricompensati dal Capo con quietanze mensili di 5 milioni di lire ciascuno.

Paron aveva anche lasciato intendere che gli accordi presi con “Felix” avevano la “benedizione” di qualche giudice. Forse di quel Domenico Catenacci che, Giudice istruttore a Venezia, si dilettava nottetempo a frequentare il night club “Don Pablo” di Abano Terme, di proprietà di uno degli uomini di Maniero? In un’occasione, confermata dallo stesso boss, aveva perfino raggiunto, in compagnia di un’altra persona, la villa di Maniero a Campolongo maggiore e da lì un ristorante della zona. Tra un piatto e l’altro il giudice aveva anticipato ai commensali di aver presentato la domanda per la Direzione nazionale antimafia tranquillizzando in particolare l’intraprendente malavitoso che, se ciò fosse avvenuto, lo avrebbe favorito in tutto.

Non è invece finito nell’inchiesta un altro dei vecchi avvocati del mafioso veneto, il professionista che accompagnava spesso Catenacci nelle sue notti brave al “Don Pablo” (a spese del proprietario) e che, secondo le dichiarazioni del boss, si attivava con il magistrato per addomesticare alcuni provvedimenti che lo riguardavano: ad esempio la custodia cautelare. Questo legale, ha raccontato ancora Maniero nel 1995, “quando venne a colloquio in carcere mi disse che con 20 milioni da dare al giudice tutto andava a posto”. Una volta vagliata la disponibilità di Catenacci, “Faccia d’angelo” accettò la transazione a patto che li facesse uscire prima di Natale. “E infatti ottenemmo la carcerazione su cauzione giusto prima di Natale”.

Intorno alla banda avrebbe gravitato per un certo tempo anche un funzionario del Sismi. A Gianni Ciliberti, questo il suo nome, Maniero avrebbe fatto ritrovare un’automobile imbottita di armi al Motel Agip di Marghera per ottenere la revoca della sorveglianza speciale. E lo 007 si sarebbe prodigato per recuperare il mento di Sant’Antonio, sottratto dalla Basilica padovana nel 1991, e a condurre le trattative per la restituzione di alcune opere d’arte che la Mala aveva trafugato al museo degli Estensi a Modena. Da questa accusa di corruzione Ciliberti, condannato in prima istanza con rito abbreviato, è stato assolto in appello per “non aver commesso il fatto”. Ma tutto questo è accaduto dopo l’arresto di Maniero, avvenuto un tardo pomeriggio di novembre a Torino mentre passeggiava in compagnia della fidanzata Marta Bisello. Soltanto pochi mesi prima, all’alba del 14 giugno 1994, era riuscito in una impresa che sembrava impossibile: l’evasione dal carcere di massima sicurezza di Padova, dove era detenuto in regime di 41 bis, senza colpo ferire. Lo aveva fatto con un autentico coup de theatre: era stato accompagnato fuori dalla blindatissima struttura da un commando di sei complici camuffati da poliziotti e carabinieri, e fatto salire a bordo di una finta gazzella.  Poi, adottando il classico trucco del “corteo” di auto, era stato prontamente condotto in una località sicura. Nessuno scasso, nessuno sparo, niente sangue. I secondini che si trovavano nei pressi delle celle erano stati legati e imbavagliati, gli agenti che stavano di guardia alla cinta ingannati invece con il pretesto di un trasferimento ordinario e dalla presenza, tra i sei finti tutori dell’ordine, del collega Raniero Erbì. Una volta libero, Maniero era volato a Parigi e, da lì, a Marbella, nell’assolata Spagna.

Cinque mesi dopo verrà ammanettato in una centralissima via di Torino. E messo alle strette sceglierà di collaborare, facendo a pezzi, un po’ per volta, l’intera organizzazione. Una strategia, la sua, che è stata ben ricompensata dallo Stato. Da quel che è trapelato, dopo il pentimento “Faccia d’angelo” ha vissuto per lungo tempo con la famiglia tra le Marche e l’Abruzzo, ha avviato una attività di import export con filiali anche in Veneto (volendo, tra i suoi dipendenti, pure la vedova di Radetich, da sempre molto vicina alla famiglia) ed è riuscito a scucire anche un pezzettino di libertà e di importanti garanzie per sé, per la propria adorata madre e, forse, anche per il famoso “tesoretto” di cui molti dei suoi ex fedelissimi hanno più volte parlato negli anni. Non è durato a lungo invece, ma non per sua colpa, il segreto sul nuovo nome: Luca Mori, pubblicato nel 2000 sulla Gazzetta Ufficiale.

Alla fine del 2008, dopo molti anni di silenzio, Maniero è però tornato a far capolino nelle cronache. L’occasione, manco a farlo apposta, è arrivata da due processi: il “Rialto”, contro la Mala del Brenta, conclusosi a dicembre in aula bunker a Mestre con una condanna a 30 anni per la gran parte dei sodali e quello, pochi mesi più tardi a Milano, al Partito comunista politico – Militare (imputati i presunti appartenenti alle nuove Brigate rosse arrestati il 12 febbraio 2007 tra Padova, Milano e Torino). In questo caso Maniero è stato sentito dal pubblico ministero Ilda Boccassini in merito a una presunta fornitura al Pcp-M di alcune false divise della guardia di Finanza, peraltro già utilizzate dalla stessa organizzazione veneta in un paio di azioni.

Dopo i processi, è stata una fiction per La 7 ad accendere i riflettori su di lui e sulla Mala. Ai provini, organizzati la scorsa primavera proprio nel giardino della sua ex villa, già confiscata e riassegnata alla società civile grazie alla legge 109 del 1996, si sono presentati in tanti: oltre un centinaio, tutti in fila con la speranza di essere scelti per interpretare qualcuno dei personaggi che hanno scritto la storia della criminalità veneta.

Ma se il progetto televisivo è stato aspramente criticato da buona parte dei cittadini di Campolongo (“Siamo stanchi di essere ricordati come i compaesani di Maniero. La nostra non è una terra di mafia”), un paio di aspiranti malavitosi “per fiction” si sono lasciati andare invece a giudizi perfino clementi. «Ne ha combinate di cotte e di crude ma quando c’era lui non avevamo tutta questa delinquenza straniera. Aveva il controllo del territorio e la zona era protetta». In coda, insieme a loro, c’era anche gente del posto disposta curiosamente a chiudere un occhio sulla banda del Brenta perché, come ha candidamente ammesso una signora, “può portare notorietà, come è successo per Scampia con Gomorra”. Di sicuro l’essere associata in qualche modo a Maniero non ha portato grande fortuna alla sua avvocatessa, Sabrina Convento, con casa e studio a Campolongo, candidata alle amministrative del 2006 con una lista civica appoggiata dall’Udc ma bocciata alle urne proprio per la sua vicinanza professionale all’ex boss.

Fuori gioco lui e la Mala, il territorio veneto e’ stato presto conquistato da altre organizzazioni criminali. Questa volta, però, provenienti da lontano. Dall’estero.

Favorite dalle caotiche situazioni geopolitiche che negli anni Novanta hanno accomunato molti Paesi europei e internazionali, nella regione sono sbarcate le mafie albanesi e quelle nigeriane. Ed ecco che, insieme alle violente rapine in villa, all’ombra dei campanili è arrivata anche la prostituzione su larga scala: sono stati proprio i Balcani e l’Africa occidentale ad inaugurare le rotte delle “schiave del sesso”, costrette al marciapiede a suon di botte, stupri, minacce, riti vodoo. Rapite nei loro Paesi d’origine, o prelevate con la finta promessa di un lavoro onesto in Italia, queste ragazze sono state condotte nel nostro Paese a bordo di gommoni o via terra, passando per l’ex Jugoslavia o l’Austria. Una volta superato il confine sono state private dei documenti, violentate per ridurle al terrore, quindi vendute e rivendute a organizzazioni criminali diverse che sulle schiave detengono il potere di vita e di morte.

Con queste stesse rotte è entrata anche la droga. Tanta droga. Leggera e pesante. Veleno da fumare, sniffare, iniettare. Venduta al dettaglio da ragazzini, consumata dentro gli oscuri androni delle case, così come i rapporti sessuali con cui barattare le dosi. Agli europei e agli africani si sono aggiunti, più o meno negli stessi anni, i cinesi.  A differenza delle altre mafie transnazionali, queste hanno immediatamente adottato il silenzio, il lavoro criminale sotto traccia, spesso nascosto dietro le robuste pareti dei laboratori tessili. Organizzati in bande armate, hanno gestito – e continuano a gestire – il controllo del proprio personale mercato illecito composto da connazionali, il più delle volte clandestini, costretti a lavorare e a vivere in questi laboratori senza mai vedere la luce del sole; da donne che vendono il proprio corpo in appartamento (ma anche, da poco, lungo le strade) e da giovanissimi pusher di droghe sintetiche. Significativa in questo senso è la recente operazione della Polizia di Stato che la scorsa primavera ha portato in carcere 21 persone accusate di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. I soggetti, residenti tra la Lombardia e il Veneto, organizzavano serate danzanti in alcune discoteche di Padova e Milano durante le quali vendevano ai clienti, tutti asiatici, pasticche di ecstasy e polvere di ketamina, la “droga dei cavalli”. La novità, ha spiegato il pm meneghino Silvia Perrucci, che ha coordinato l’inchiesta “Aquila nera”, sta proprio nell’attività di spaccio, tanto diffusa e remunerativa da soppiantare i vecchi affari, estorsioni e rapine in primis. A dare man forte c’erano anche due albanesi che provvedevano al rifornimento delle armi da fuoco che la gang avrebbe poi utilizzato nei raid e nei regolamenti di conti.

Il flusso, per un periodo incessante, di delinquenti stranieri, ha riversato sul suolo veneto anche molti romeni e moldavi, specializzati in furti ed estorsioni e attivi anche nel mercato della prostituzione. Ma se in genere la criminalità straniera tende ancora a lavare le offese con il sangue, quella organizzata nazionale, invece, non vede di buon occhio tutto ciò che potrebbe attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. Predilige il silenzio, l’anonimato. La presenza di Cosa nostra e della più piccola Stidda, della Camorra, della ‘Ndrangheta, di qualche cellula della Sacra Corona Unita è massiccia  in Veneto ed è suddivisa, se così si può dire, in ideali castrum. Più che gruppi territoriali, spiegano gli esperti, quelli insediati al nord sono veri e propri gruppi di affari: non tendono cioè al controllo del territorio ma al controllo dei traffici illeciti. Nello specifico, nei luoghi “non tradizionali” è la loro dimensione di impresa ad emergere, non tanto quella di società segreta. Si comportano secondo logiche di cartello, stipulano accordi che limitano la concorrenza e fissano regole per la spartizione del territorio o la divisione di quote del mercato.

Cosa nostra, spiegano gli investigatori, è specialmente presente nel Veneziano e nella provincia di Rovigo con imponenti attività di riciclaggio di denaro “sporco” – attraverso la costruzione di immobili, di centri commerciali e altro – e con lo spaccio di droga. Particolarmente apprezzata dai siciliani è Abano Terme (Pd), dove a metà anni Novanta hanno trascorso gran parte della latitanza i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, capimandamento del quartiere Brancaccio a Palermo e mandanti riconosciuti dell’omicidio di don Pino Puglisi.

Anche la Camorra, arrivata al Nord con la più classica delle coperture, le pizzerie napoletane, si è buttata sul riciclaggio e sugli stupefacenti che in genere giungono dalla Spagna via mare o su gomma. Numerosi affiliati ai clan campani si sono stabiliti nella zona del Veronese, soprattutto nel basso lago,  e nella località balneare di Caorle, in provincia di Venezia, dove nel 1998 era finito in manette Costantino Sarno, boss dell’Alleanza di Secondigliano che sul litorale veneto controllava numerose pelletterie. Quella delle fabbriche e dei negozi di pelle e finta pelle, aveva rivelato qualche anno fa agli inquirenti il pentito Gaetano Guida, era – e lo è a tutto oggi – uno dei canali più efficaci per riciclare il denaro e per trafficare in droga. Particolarmente “attenzionati” dalle forze dell’ordine sono anche i territori veneziani di Portogruaro (al confine con il Friuli Venezia Giulia) ed Eraclea. Lo sono per via di una posizione geografica davvero strategica: sufficientemente lontani dall’ “occhio di bue” degli investigatori e, al contempo, abbastanza vicini alle località di mare, con il loro incontrollabile via vai di turisti, e al carcere di Tolmezzo, in provincia di Udine, dove sono detenuti molti camorristi in regime di 41bis. Nell’arco di un solo anno, in queste zone sono finiti in galera numerosi esponenti di Cosa nostra e dei clan campani Licciardi e Di Lauro: per non dare nell’occhio gli arrestati lavoravano come tranquilli muratori, meccanici, carrozzieri, commercianti e poi, di tanto in tanto, scendevano nei luoghi d’origine per riscuotere il pizzo o per condurre affari di droga.

E’ “endemica”, cioè stabilmente presente nel territorio, la ‘Ndrangheta, attiva certamente con il traffico di stupefacenti provenienti dal Sudamerica ma anche con il riciclaggio di capitali, attuato, per esempio, attraverso la sostituzione di titolarità negli esercizi commerciali. L’organizzazione vessa a tal punto un imprenditore da costringerlo a dare vita ad imprese a “partecipazione mafiosa”. Solo in questo modo riesce a mantenere occulti gli investimenti dei patrimoni liquidi. La droga trafficata dai calabresi arriva in Veneto nei modi più disparati: a bordo di tir, di barche, di auto o per mezzo di corrieri. Essendo il suo un canale particolarmente agile e veloce, la Ndrangheta stringe spesso fruttuose alleanze con altre realtà criminali, in special modo con Cosa nostra.

Sembra essere stato del tutto abbandonato, invece, il filone dei sequestri di persona a scopo di estorsione, una delle specialità della criminalità organizzata calabrese negli anni Ottanta e Novanta. E’ vicentina la vittima del sequestro più lungo della storia italiana: Carlo Celadon, questo il suo nome, aveva da poco compiuto 18 anni quando venne rapito da un gruppo di calabresi (era il 25 gennaio 1988) e tenuto prigioniero per ventisette mesi negli  anfratti naturali dell’Aspromonte, nel Reggino. Al vertice dei nuovi appetiti, dunque, per tutte c’è il riciclaggio. Facile, pulito, discreto. E’ un affare che trova terreno fertile e molti complici in una società sempre più individualista e abbagliata dal danaro e dal potere, come è la nostra. A questo proposito gli investigatori hanno maturato una teoria: un tempo il Veneto riusciva a difendersi dalle infiltrazioni e dall’illegalità grazie a una cultura che poggiava su forti principi morali. Erano gli anni del Veneto bianco, dell’egemonia delle parrocchie e del sudore della fronte da aggiungere all’impasto del cemento con cui innalzare le casette basse e anonime. Oggi tutto ciò è stato messo in discussione dalla crisi. Ciò che impera è il mito del facile guadagno, spiegano gli inquirenti, che arruola chiunque nelle proprie file. La crisi ha messo in ginocchio molti imprenditori e molte imprese: questo stato di oggettiva difficoltà li rende facili prede delle organizzazioni che usano il denaro per comprarli ed annientarli.

Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso spiega che “il denaro contante ha un potere contrattuale maggiore nei grandi mercati e, in momenti di crisi, il rischio di un inserimento della criminalità organizzata nelle operazioni commerciali legali è elevatissimo, anche in Veneto: il territorio è tranquillo e ciò consente alle organizzazioni di proteggere e rigenerare i loro patrimoni. Per noi è difficilissimo riconoscerne la natura: le mafie si servono di prestanome, o teste di paglia, persone a noi sconosciute e assolutamente insospettabili”. E’ esattamente ciò che è accaduto qualche tempo fa a Chioggia (Ve), dove il clan di Salvatore Lo Piccolo, successore designato di Bernardo Provenzano soprannominato “Binnu u tratturi”, aveva messo le mani per riciclare i soldi della mafia. Nell’ “affaire” erano coinvolti un irreprensibile imprenditore padovano, un maresciallo delle Fiamme Gialle di Chioggia ma originario di Palermo, ed il cugino di questi, il fidatissimo legale del clan, poi arrestato nel capoluogo siciliano con l’accusa di associazione mafiosa.

Lo Piccolo senior, affiancato dal figlio Sandro, aveva adocchiato un’area di Chioggia-Sottomarina destinata a ospitare un’ottantina di appartamenti, e alcuni cantieri aperti in provincia di Padova. Qui avrebbero voluto investire una parte di quegli otto milioni di euro che, hanno svelato le indagini, erano in ballo per costruire abitazioni da rivendere a ignari cittadini.

Ma la mafia dei colletti bianchi, quella più difficile da riconoscere, aveva già fatto la sua comparsa in Veneto pochi anni prima. E lo aveva fatto con un nome eccellente: quello di Giuseppe Madonia, detto “Piddu”. Il boss di Caltanissetta, referente di Salvatore “Totò” Riina, era stato arrestato nel 1992 in provincia di Vicenza dove lavorava indisturbato alla “Berica costruzioni”, ditta di Giulio e Giacomo Thiene. I due fratelli vicentini avevano ceduto a Madonia le loro quote e, dopo la cattura del mafioso, la società era stata trasferita in Sicilia per continuare ad essere utilizzata dalla cosca.

E’ il ramo dell’edilizia, lo si evince chiaramente, il piatto più goloso per le mafie. Ma non solo.  Nel 2007 il nord Italia è stato teatro di una grande truffa degli appalti che ha avuto origine, guarda caso, proprio in Veneto. Un affare sporco venuto alla luce grazie alla denuncia di un imprenditore escluso dalla “spartizione della torta”. Diciannove persone sono state arrestate con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e alla truffa ai danni dello Stato (ipotesi accusatoria che coinvolge un totale di 49 imprenditori e la cui verifica processuale è iniziata a Vicenza il 9 luglio scorso). A muovere i fili dell’imbroglio sarebbero state due società, una trevigiana e una vicentina, che coordinavano l’attività di una trentina di piccole e medie imprese. Le due ditte, in particolare, si accordavano per assicurarsi l’assegnazione di appalti pubblici – sistemazione di strade e fognature, costruzione di rotatorie e caselli per Province, Consorzi e Comuni – per valori inferiori ai 5 milioni di euro, al di sopra della quale l’Unione Europea impone gare di appalto comunitarie. Legato in special modo al settore edile è anche il ricorso all’usura. “Soprattutto in un periodo di crisi come questo, in cui le banche concedono con sempre maggiore difficoltà il credito, o lo concedono a chi non ne ha bisogno, il rischio è alto, anche in Veneto”, precisa Grasso. “Nell’area edilizia c’è sempre maggior bisogno di liquidi e in un periodo di difficoltà economica del mercato il ricorrere a prestiti con tassi di interesse illegali è più facile di quanto si pensi”. In questo modo gli imprenditori pensano di riuscire a superare un momento critico ma non si rendono conto di stringersi al collo un cappio a volte mortale.

Altra fonte di guadagni, assicurano gli investigatori, viene dal caporalato e dallo sfruttamento della manodopera clandestina. Nei mesi scorsi un’operazione della Direzione investigativa antimafia del Veneto e delle Fiamme Gialle veneziane ha svelato una organizzazione criminale vicina a Cosa nostra e alla Camorra che sfruttava cittadini romeni, ucraini, cechi e polacchi come muratori o carpentieri nei cantieri di mezza Italia. Gli operai, pagati 3 euro l’ora per 12 ore al giorno, venivano agganciati al loro Paese e fatti entrare in Italia clandestinamente dalla holding, che li spacciava per regolari grazie a documentazioni fittizie, si intascava quasi per intero il denaro a loro destinato e poi, in caso di infortunio o di semplice malattia, li rispediva subito in patria, sostituendoli con nuovi “schiavi”, altri disperati provenienti dall’est in fuga dalla miseria più nera. Il capo era Angelo Pitarresi, un 71enne siciliano residente in provincia di Treviso e vicino a soggetti legati alla criminalità organizzata campana, calabrese, pugliese e siciliana. Era finito in manette una prima volta nel 1992 insieme ad affiliati al clan Urso Bottaro nel corso di una guerra di mafia contro gli Aparo Trigila; poi, nel 1996, per una truffa da 10 miliardi di lire ai danni della Ue. Nell’organizzazione figuravano, tra gli altri, un poliziotto in forza all’ufficio immigrazione della Questura di Venezia e una funzionaria dell’Ispettorato del lavoro del capoluogo lagunare.

E’ ancora made in Sicilia ma ha coinvolto anche il Veneto, con il sequestro di 2 lotti della Valdastico Sud (l’autostrada che attraversa da nord a sud la provincia di Vicenza), l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta sulle presunte attività illecite e infiltrazioni mafiose in seno alla Italcementi Spa e nella controllata Calcestruzzi Spa. Nel novembre dello scorso anno la Dda nissena ha ordinato l’immediato sequestro dei lotti del tratto autostradale A31 perché costruito con cemento scadente. Una speculazione che, secondo l’accusa, sarebbe servita per alimentare, ancora una volta, le casse di Cosa nostra. Di recente, poi, sono stati posti i sigilli all’area ex C&C di Pernumia (Pd) perchè forniva rifiuti tossici a cantieri, compreso quello della Tav, nonchè ad alcuni lotti della nuova strada del Santo per la cui realizzazione erano stati utilizzati rifiuti tossici provenienti da industrie del Nord Italia. E’ uno sfregio del territorio, quello a cui stiamo assistendo, che interessa anche le coste: secondo il puntuale dossier di Legambiente, “Mare Monstrum”, il Veneto spicca tra le regioni settentrionali per il fenomeno dell’abusivismo edilizio sulla costa: 1.664 case costruite nel 2002, il 19,2% in più rispetto al 2001. Nel 2004, prosegue il dossier, era secondo solo alla Campania per infrazioni compiute per chilometri di costa. Colate di cemento sono ora attese sul fragile e instabile territorio del Parco del Delta del Po, in provincia di Rovigo, dove esistono due progetti “all business” che, c’è da immaginarlo, stanno già stuzzicando gli appetiti delle organizzazioni criminali: un villaggio palafitta sulla sabbia, che prevede la costruzione di 200 unità immobiliari, ristoranti, pontili e servizi nel cuore delle isole di sabbia che proteggono la laguna dalle mareggiate, e un parco divertimenti di 124 chilometri quadrati che costerà oltre 10 miliardi di euro e che, manco a dirlo, sarebbe in palese contrasto con le disposizioni contenute in diversi piani ambientali regionali e provinciali.

Anche il lago di Garda è al centro di una nuova ondata di speculazione edilizia. E’ una esplosione di calcestruzzo fatta di seconde case e di strutture ricettive che restano vuote per dieci mesi all’anno e che, in base alla classifica dell’attività delle forze di Polizia, colloca il Veneto al 13esimo posto nazionale sul fronte dei reati legati al ciclo del cemento. Da non dimenticare anche il fenomeno delle escavazioni di sabbia nei fiumi Po, Adige e Brenta che nel 2006 ha portato all’arresto di 11 persone. Per loro, i cosiddetti “sabbionanti”, le accuse sono di riciclaggio, furto aggravato, falso ideologico e materiale, truffa ai danni della Regione Veneto, corruzione, rivelazione di segreti di ufficio.

Il Veneto non si e’ fatto mancare proprio nulla. Lo dicono le tante inchieste partite dalle Procure venete sullo smaltimento illecito di rifiuti, pratica che già nel 2006 era così diffusa da far conquistare alla regione il terzo posto nella classifica nazionale degli illeciti riscontrati, dopo la Campania e la Puglia. Lo scorso anno,  è quanto rivela il rapporto sulle ecomafie redatto da Legambiente Veneto, la regione si è confermata comunque tra le “maglie nere”: sua è la seconda posizione nella classifica nazionale e, ancora, suo è il record delle discariche abusive che continuano ad avvelenare il territorio. “Su questo fronte dobbiamo potenziare le indagini: c’è da capire in che modo tante imprese della zona smaltiscono i rifiuti – afferma il superprocuratore nazionale antimafia -: se facciamo un calcolo tra quello che dovrebbero smaltire e ciò che in realtà smaltiscono vediamo che esiste una grande differenza e che il mercato illecito e più vivo e vegeto che mai”.

Tra le inchieste più interessanti sono da ricordare la “Cagliostro”, del 2005, e la “Serenissima”, del 2009. La prima, che ha coinvolto diverse regioni italiane con 31 persone arrestate e 68 indagati tra imprenditori, funzionari pubblici, appartenenti alle forze dell’ordine e agli enti preposti al controllo, ha svelato per la prima volta l’esistenza di una “linea della palma orizzontale” del traffico e dello smaltimento: non più, quindi, grandi traversate da nord a sud con camion carichi di “monnezza” bensì operazioni circoscritte al nord, in special modo in Veneto, Toscana, Lombardia e Liguria. Falsità ideologica commessa da privati in atto pubblico, gestione illecita dei rifiuti, frode nelle pubbliche forniture, trasferimenti di rifiuti pericolosi camuffati i reati contestati.

La seconda indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova, ha svelato un clamoroso traffico transfrontaliero di immondizia che dal Veneto arrivava fino alla Cina. Sotto accusa è finita una azienda con sede a Badia Polesine, nel Rodigino, e con succursali nella provincia patavina: secondo gli inquirenti avrebbe inviato rifiuti, per lo più tossici (si calcolano oltre 230 mila tonnellate), verso la Repubblica popolare cinese la quale, a sua volta, li avrebbe utilizzati per fabbricare giocattoli, casalinghi e altri prodotti destinati all’esportazione, anche nel nostro Paese. I rifiuti speciali venivano “trasformati” in “merce” o in “rifiuti recuperati”, senza che in realtà fossero stati sottoposti ad alcun trattamento e venivano forniti di certificazione di regolarità in caso di controlli. Due gli arrestati: un noto imprenditore padovano, Loris Levio, e una cittadina cinese. E ora, alzi la mano chi ha ancora il coraggio di affermare che, da noi, la mafia non esiste.

Monica Zornetta (Galatea european magazine, settembre 2009)