Il segreto della Mano Nera. Tra lettere e pugnali, le vicende inedite della “Società della Banana” che in America anticipò la mafia

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«Abbiamo messo il tuo nome nel registro della morte, brutta carogna, visto che per i soldi sei contento di essere ucciso. Nessuno ci sfugge, neanche la tua moneta o il tuo sangue. Noi abbiamo ammazzato molte persone in Italia e chi ti scrive ha una taglia di 14 mila lire sulla testa».

Erano più o meno di questo tenore le lettere che avevano cominciato a circolare tra le comunità italiane di New York, Chicago, Columbus, Philadelphia e di altre città americane a partire dalla fine dell’Ottocento. Lettere scritte a mano, in un italiano stentato e spesso sgrammaticato, che portavano una misteriosa firma: la Mano Nera[1]. Erano indirizzate a immigrati italiani che “ce l’avevano fatta” – di solito proprietari di negozi di frutta e verdura, di drogherie, ristoranti, sartorie, barberie -, e contenevano richieste di denaro, minacce di morte per la persona che le riceveva o per i suoi famigliari, indicazioni su come e a chi consegnare “la moneta” e un bel po’ di frasi sulfuree con cui l’anonimo estorsore intendeva rivendicare la propria pericolosa fermezza. Per renderle ancora più spaventose, le lettere erano corredate di disegni di pugnali, teschi, croci, di mani tagliate, di gocce di sangue e di ossa incrociate.

Il modus operandi che l’imperscrutabile Mano Nera seguiva era lo stesso ovunque, in ogni quartiere d’America abitato da italiani: una volta individuata la vittima, gli faceva recapitare una lettera in cui chiedeva il pagamento di parecchie decine di migliaia di dollari, pena la messa in atto di azioni assai malvagie. Se la prima missiva non aveva sortito effetto, molte volte ne faceva arrivare un’altra, accompagnandola stavolta con pacchetti esplosivi lasciati nel giardino di casa, con il lancio notturno di bombe o con raffiche di proiettili sparati contro le finestre. Nella nuova lettera, inoltre, la Mano Nera spendeva due righe per ricordare al malcapitato di starsene ben lontano dalla polizia se voleva rivedere la luce del sole. Quando nemmeno due o tre avvertimenti bastavano per convincere il perseguitato a mettere mano al portafoglio,[2] “gli amici” – come si facevano a volte chiamare gli oscuri estorsori – lo ammazzavano.

In realtà quella di non avvisare la polizia era una raccomandazione inutile: nessuno, nelle Little Italy o nelle Little Sicily, aveva mai osato segnalare alla pubblica autorità qualche persona sospettata di questi fatti, o raccontare quel che aveva visto o sentito. La paura faceva sì che tutti, non solo le vittime, tenessero la bocca chiusa. Tutti, tranne uno. Ma di questo parleremo più avanti.

Mercato nel quartiere francese di New Orleans, 1906

Nei primi anni del Novecento – il periodo, cioè, in cui le vicende che sto per raccontare entrano nel vivo – un forte pregiudizio anti-italiano si era già radicato nella società americana. Ai nostri connazionali venivano attribuiti delitti di maggiore gravità rispetto agli irlandesi e ai tedeschi, i cosiddetti “immigrati della prima ora”, e alcune teorie che associavano le caratteristiche di certi gruppi etnici e il crimine avevano preso parecchio piede. Per un noto giudice federale del tempo[3], ad esempio, la Mano Nera rispecchiava la «razza italiana», considerata portatrice del famigerato “marchio di Caino”; per la gran parte dell’opinione pubblica i dagos[4], come chiamava con disprezzo gli italiani provenienti soprattutto dal sud, erano, tutti, dei potenziali assassini.  Lo stesso Report redatto nel 1911 dalla Commissione per l’Immigrazione negli Stati Uniti – presieduta dal Senatore repubblicano William P. Dillingham e basato anche sugli studi di due criminologi e antropologi[5] italiani in odor di razzismo – poneva l’accento sulla natura dei nuovi immigrati, in particolare, ovviamente, di chi proveniva dal Mezzogiorno d’Italia[6].  Ancora riverberavano in tutto il Paese gli echi dei fatti di New Orleans[7] – dove, nel 1891, undici siciliani erano stati linciati da una folla di persone dopo che un immigrato italiano aveva assassinato il capo della locale polizia, David Hennessy[8] –  e suscitavano ben poca indignazione i toni apertamente ostili degli articoli apparsi nelle settimane seguenti sui giornali.  Il Times aveva scritto, in un fondo, che con l’assassinio dei «striscianti e codardi siciliani» – definiti anche una «peste che non si può contenere» -, è stata «vendicata» la morte del poliziotto; il Daily Picayune di New Orleans aveva invece descritto la violenza perpetrata contro gli innocenti immigrati come una «meraviglia di moderazione».

Bancarelle lungo Mulberry Street, New York, 1898 (Ph. Detroit Publishing Company)

In quegli anni la polizia[9], messa in ginocchio da una corruzione profonda e capillare, era poco interessata a trattare i casi di italiani ricattati e morti per mano di altri italiani (Mano Nera, o Black Hand, compresa); d’altro canto, lo stesso sistema giuridico americano non aveva gli strumenti adatti per affrontare il problema. Solo la nascita, nel 1904 all’interno del New York Police Department, di una Italian Squad guidata da Joseph “Joe” Petrosino[10] aveva cambiato le cose. Grazie alle sue operazioni segrete, al lavoro degli agenti di origine italo americana infiltrati nei quartieri più a rischio, nelle taverne, nei locali malfamati, migliaia e migliaia di criminali scappati dalla Sicilia erano finiti in manette o espulsi. Da quel momento altre squadre[11] segrete di detective di origini italiane “anti Mano Nera” erano state costituite a Chicago e in diverse città d’America.

Ma, chi si nascondeva dietro a questo nome? Mentre le lettere ricattatorie continuavano a circolare e il numero di cadaveri di immigrati italiani – pugnalati a morte, spesso mutilati e orribilmente sfigurati, fatti ritrovare all’interno di barili[12] – aumentava, le forze dell’ordine avevano giocoforza cominciato a chiederselo. C’era la mafia? La Camorra? Quale organizzazione? Anche la stampa americana aveva iniziato ad interrogarsi e si era persuasa che ci fosse la mafia e che tutto partisse da molto lontano. Dalla Sicilia. La Mano Nera era una macchinazione straniera, scrivevano.

Joe Petrosino, a sinistra

Queste loro convinzioni erano, ovviamente, sbagliate, perché la Mano Nera non era un’organizzazione ma uno specifico metodo con cui, in ogni parte d’America, piccole gang criminali (nessuna delle quali nata in Sicilia, o altrove) estorcevano denaro. L’una indipendentemente dall’altra. Ma tutto ciò i giornalisti[13] e buona parte delle forze dell’ordine lo capiranno solo svariati decenni (e un numero non meglio precisato di lettere e cadaveri) dopo. Solo Petrosino lo aveva compreso: non esisteva alcuna organizzazione né un centro nevralgico né una mente unica che controllasse,  manovrasse e coordinasse le svariate migliaia di taglieggiatori che si nascondevano dietro quel nome. Per di più, se mai ci fosse stata una “testa”, questa «non era in Sicilia ma in America». In città dalla fortissima presenza di immigrati, come era, per esempio, New York, i mafiosi siciliani[14] potevano però giocare un qualche ruolo nel sottosuolo criminale di ogni comunità italiana. Per l’epico poliziotto, solo combattendo l’ignoranza della gente la Mano Nera poteva essere sconfitta. «Nessun americano si sognerebbe di fermare qualcuno e di sfregiargli il viso con un coltello solo per prendergli il portafoglio», aveva spiegato al Bollettino della Sera, quotidiano italo-americano diffuso a New York: «Probabilmente lo farebbe con una pistola […] I crimini che accadono tra gli italiani, qui, sono gli stessi che vengono commessi dai fuorilegge dei paesi rurali italiani, e le vittime, come i banditi, appartengono alla stessa classe sociale. Sono accomunati dalla stessa ignoranza[15]» .

Little Hell a Chicago

L’ignoranza e la paura non erano, tuttavia, i soli deterrenti alla collaborazione: anche l’inquietante isolamento urbanistico (a Chicago, ad esempio, gli immigrati del sud Italia vivevano in un quartiere così povero e malconcio[16] da essere denominato Little Hell[17]) e una sfiducia profonda, atavica, verso l’autorità avevano un peso rilevante.

Comunque fra tutte le bocche cucite, ce n’era una, nel Midwest, che aveva preferito aprirsi e parlare. Era quella di un tale di Columbus (Ohio) che nel gennaio 1909, esasperato per le continue minacce e richieste di denaro della Mano Nera, per le promesse di morte rivolte ai figli, per i macabri avvertimenti a colpi di candelotti di dinamite, aveva deciso di raggiungere l’Ufficio postale federale[18] della sua città e raccontare tutto. Giovanni Amicone, questo il suo nome, era un commerciante dai grandi baffi scuri nato a Forlì del Sannio, nel Molise, quando l’Italia era una nazione da appena sette anni, e partito per l’America con la famiglia nel 1882, poco più che ragazzino. Erano sbarcati a Ellis Island, avevano raggiunto New York e poi – quando era ormai divenuto un giovane uomo – aveva cercato fortuna a Chicago, trovando un lavoro come spazzino. Infine, seguendo  il flusso dei lavoratori delle nuove linee ferroviarie, era giunto in Ohio dove, insieme con il fratello maggiore Carlo, aveva aperto un’attività di distribuzione e commercio di frutta che aveva chiamato “The Banana Kings” e che, dopo poco, fatturava già diversi milioni di dollari.

A Columbus, dove John e il fratello Charles Amicon, ormai perfettamente americanizzati, erano andati a vivere, vendevano la frutta che importavano dal Messico, dal Brasile, dalle Hawaii, e poi le albicocche, le arance i limoni che coltivavano nelle loro proprietà in Colorado e in California. Avevano entrambi una bella famiglia, una grande casa, la loro attività procedeva a gonfie vele, facevano beneficenza e rientravano ormai, a tutti gli effetti, nella Columbus che contava. La Mano Nera, attratta da tutte queste qualità, si era fatta viva con John la prima volta nel gennaio 1909. Amicon sapeva che in città circolavano queste lettere, e sapeva altresì che non erano pochi i negozianti e i proprietari di taverne della città che preferivano pagare ogni mese una “protezione” a certi “amici” siciliani pur di evitare guai.

Un pagina del New York Evening World del 14 aprile 1903

Già dopo la prima lettera, comunque, la moglie e Charles lo avevano pregato di eseguire quel che gli era stato richiesto e di consegnare all’ “onorabile” uomo di Pittsburgh, come scrivevano gli estorsori, i 10 mila dollari o, al limite, di negoziare la cifra. «No», aveva risposto lui, con una risolutezza che mai avevano visto prima, «non pagherò nemmeno un dime (un decimo di dollaro, nda). Ho guidato la mia famiglia dall’Italia, dove vivevamo in povertà, verso l’America, la terra delle opportunità. Ora sono americano. Sono libero». Pochissimo tempo dopo la prima era arrivata anche la seconda lettera: aveva un timbro postale della Pennsylvania. Ma nemmeno a questa John Amicon aveva dato seguito. Dopo altre missive, un candelotto di dinamite fatto ritrovare nel portico di casa in mezzo ad un quotidiano di Pittsburgh, un pugnale semicoperto da un pezzo di carta su cui una mano aveva scritto «il prossimo sarà presto sulla tua schiena» rinvenuto in giardino; dopo un’infruttuosa richiesta di aiuto inviata al consolato italiano a Cincinnati e, infine, dopo aver ingaggiato un investigatore privato grazie al quale aveva dato un nome ai suoi sospetti, era andato, senza più esitazioni, a sporgere denuncia. Era il 20 gennaio 1909, esattamente un mese prima della partenza di Joe Petrosino dal porto di Genova verso Palermo.

Al segaligno ispettore postale di Columbus, John Frank Oldfield, quarantuno anni, quinto ambizioso figlio di un repubblicano di origini inglesi e di una tedesco-americana, ex sceriffo in una contea del natìo Maryland, aveva consegnato le lettere, confidato i propri timori e manifestato i propri sospetti. I messaggi e la dinamite e gli spari erano opera, a suo dire, di due tizi che di cognome facevano  Lima:  Salvatore detto “Sam” e il cognato Sebastiano (divenuto Sebastian una volta in America), immigrati dalla Sicilia che gestivano un negozio di frutta a Marion, a poco più di quaranta miglia da Columbus. Amicon era sicuro di averli notati aggirarsi nei pressi del suo magazzino in coincidenza con l’arrivo delle lettere e degli altri avvertimenti. «Sono pronto a testimoniarlo anche davanti alla Corte», aveva assicurato il coraggioso imprenditore, «ora sono un cittadino americano ed è mio dovere farlo».

L’ispettore delle Poste americane, Frank Oldfield

Oldfield, che un anno prima aveva investigato –  inutilmente – sull’assassinio di un controverso commerciante di frutta, anch’egli siciliano, in un’altra cittadina dell’Ohio, Bellefontaine[19], aveva intuito l’importanza della visita di Amicon. Era proprio lui, inaspettatamente, il primo italo americano, testimone della Mano Nera, a farsi avanti, a parlare.

Il Sam Lima al centro dei sospetti era il titolare della S. Lima & Co. Fruit Commissioner, un negozio di frutta e generi alimentari che gestiva insieme con la moglie, la sorella e il cognato Sebastian. Ad aprire la bottega era stato anni prima, a Cincinnati, il padre Antonio, un ex agente doganale a Trabia (Palermo), fuggito dall’Italia per non scontare una condanna per omicidio, ricomparso poco dopo a New Orleans e in seguito, dopo l’omicidio di Hennessy, giunto a Cincinnati, dove aveva cominciato a posare gli occhi famelici sugli italiani più benestanti della città.

Un appartenente alla Mano Nera assassinato con il metodo del Barrel Murder

Nel grosso centro industriale di Marion, Sam era arrivato fiutando la possibilità di fare affari con i tanti immigrati che lavoravano per la Marion Steam Shovel, una company che produceva le attrezzature e i macchinari con cui il Paese, in pieno boom, stava edificando il suo futuro. Anche il canale di Panama era stato realizzato con i macchinari della Marion Steam Shovel.

Il negozio si trovava nello stesso edificio dove aveva anche l’abitazione ed esponeva in bella vista caschi di banane e casse di mele e ananas d’importazione. Grandi sacchi di farina e di grano coprivano buona parte delle vetrine che davano sulla strada: per questo il suo aspetto era piuttosto cupo, anche se non molto diverso dagli altri stores che al tempo affiancavano le strade principali dei paesi e delle towns americane. Il suo, però, aveva una particolarità: era sede, nel retro, di un’altra florida attività. Per nulla lecita. E i suoi attrezzi del mestiere erano stiletti (dirks), pugnali, coltelli, fogli di carta contenenti frasi in codice e minacce, un libro mastro in pelle con una serie di nomi di persone italiane e delle cifre espresse in dollari. Infine, un’altra lista di nomi di uomini siciliani che, come lui, appartenevano a una società curiosamente chiamata “della Banana”. Lima apparteneva al suo direttorio insieme con il cognato Sebastian, il padre Antonio e il marito di un’altra sorella, Giuseppe Ignoffo, un trabiese residente a Toledo, a cento miglia da Cleveland. Nel suo retrobottega Lima custodiva, inoltre, migliaia di dollari in cash e tante ricevute di versamenti postali effettuati verso la Sicilia, dove ancora viveva la madre Annunziata.

Sam Lima con la moglie, i figli, la sorella e il cognato Sebastian davanti al negozio a Marion

Con quei suoi tipici moustaches da italiano del sud, una spregiudicatezza capace di mettere in soggezione i niente affato timidi “compari” e un vorace appetito per il denaro, il poco più che trentenne Sam Lima era salito al vertice della “Società della Banana” succedendo a un altro e più anziano siciliano, Salvatore Arrigo. Lo strambo nome scelto per indicare il gruppo che terrorizzava soprattutto i ricchi italo-americani del Midwest e di New York attraverso lettere firmate dalla Mano Nera, circolava solo tra i suoi membri (tutti, o quasi, rivenditori di frutta) e nessuno, chiaramente, voleva che diventasse di pubblico dominio. Anche il loro codice segreto era ricco di metafore vegetali: quando parlavano di “un’auto carica di limoni” si riferivano a una generosa quantità di banconote ammucchiate con le estorsioni; quando invece erano le  “casse” ad essere “piene di limoni” significava che il gruzzolo ottenuto non era poi così consistente. Se uno di loro voleva dire all’altro di aver inviato una lettera minatoria, scriveva o telegrafava cose del tipo: “Tizio e Caio è molto vecchio. Ho appena consultato un dottore che gli ha consigliato di mangiare banane”.

Era stato Arrigo[20] a fondare quel gruppo e a riunire intorno a sé vari delinquenti sicani immigrati in Ohio, Pennsylvania, New York, tutti con le sue stesse abitudini e brame: i fratelli Vicario, originari di Messina[21], Pippino Galbo, di Caccamo, Orazio Runfola, di Valledolmo, Saverio Ventola, di Termini Imerese così come Francesco Spadaro[22], figlio di un criminale morto in carcere, a Palermo. Sempre Arrigo aveva avuto l’idea di arruolarne degli altri, più giovani ma non meno ambiziosi, tra il West Virginia e il Maryland per farne soldati e, all’occorrenza, killer. Solo con la guida ufficiosa di Sam Lima – dall’autunno 1908 – la società aveva però fatto il salto di qualità, assicurandosi molto denaro e altrettanto potere. Ma c’era un “ma”: erano così tanti i quattrini che entravano nelle tasche di tutti, specialmente dei Lima, e che prendevano con sempre maggiore frequenza la strada per la Sicilia che qualche sospetto, l’impiegato delle poste di Marion[23], aveva cominciato a nutrirlo.

Un giorno di febbraio del 1909 Sebastian Lima era entrato, come di consueto, nell’ufficio postale della sua cittadina. Aveva con sè parecchie migliaia di dollari da spedire in Italia e diverse lettere destinate ad alcune città del Midwest e dello Stato di New York. Come sempre aveva chiesto un certo numero di francobolli e l’impiegato lo aveva accontentato senza battere ciglio. Il commerciante di frutta non si era però accorto che i francobolli che teneva tra le mani erano differenti da quelli che normalmente circolavano[24]. Ciascuno degli stamps che l’impiegato gli aveva diligentemente consegnato aveva, infatti, un piccolo, quasi impercettibile puntino rosso dentro la lettera “o” e nella parola “two”. Non si trattava di un errore grafico ma era un astuto espediente pensato da Oldfield per tracciare i movimenti dei siciliani.

John Amicon, a destra, insieme con un investigatore, a Columbus

Poco tempo dopo quella visita, al magrissimo funzionario era stata consegnata la copia dei bollettini di versamento fatti dal cognato di Sam Lima e un elenco delle città e delle persone a cui le lettere erano destinate. A quel punto aveva contattato i direttori dei relativi uffici postali e chiesto loro di monitorare le missive. Grazie a un confidente aveva quindi appreso che in quelle buste era contenuto un invito per un incontro tra boss della “Società della Banana” che avrebbe dovuto tenersi il mese seguente, a Marion. Perciò, insieme con altri investigatori, aveva ideato un veloce ma efficace piano. Alla vigilia del meeting uno di loro avrebbe dovuto appostarsi alla stazione ferroviaria di Marion e individuare coloro che arrivavano in città con treni provenienti da specifiche località dell’Ohio e della Pennsylvania; la mattina della riunione – il 9 marzo, tre giorni prima dell’assassinio di Joe Petrosino in piazza Marina a Palermo – altri “segugi” avrebbero osservato, da una postazione allestita in un vicolo dietro la strada principale, tutti i movimenti dei siciliani, annotando chi entrava e chi usciva dalla casa-bottega di Lima. Gli obiettivi di quell’incontro segreto erano la nomina ufficiale di Sam Lima a capo dell’associazione, la messa al voto dei sedici “comandamenti” della “Società” (che prevedevano la morte per i traditori e punizioni più o meno gravi per chi disobbediva agli ordini o dimostrava la propria codardia) e la scelta delle prossime vittime. Ne avevano individuate quarantatré, tutte italiane, sparse in sei Stati differenti. Naturalmente tutti i criminali[25] accalcati nell’angusto retrobottega della S. Lima & Co. Fruit Commissioner, seduti tra casse di frutta e avvolti dal fumo delle sigarette, erano stati unanimi nell’eleggere, per alzata di mano, Sam quale nuovo Padrino.

Una settimana più tardi, dopo che le lettere firmate con la Mano Nera erano partite da diversi uffici postali del Midwest, Oldfield aveva cominciato a mettere a punto una delicata operazione insieme con altri ispettori delle poste, pezzi della polizia locale e di quella federale, agenti dei servizi segreti, alcuni traduttori e, anche, un detective italo americano divenuto leggendario quanto Petrosino per le sue abilità di camuffamento, d’infiltrazione negli ambienti criminali, soprattutto italiani. Il suo nome era Frances P. Dimaio ed era l’asso nella manica della rinomata Pinkerton Detective Agency di Chicago. William H. Oldfield, archivista del Maryland e pronipote dell’altero Frank, descrive così l’invece temerario Dimaio in un suo libro[26]: «Poteva apparire nel nord Italia o in Sicilia o in Corsica oppure in una delle città costiere della Spagna o in Portogallo[27]. Poteva indossare larghi pantaloni in lana e maneggiare un piccone come i minatori, poteva sbarcare da una nave insieme ad altri marinai o vestirsi con un completo fuori misura per vendere elettrodomestici porta a porta. Poteva incarnare un uomo di mare portoghese, un istruttore di ballo latino, un suonatore di organetto […] Rifiutava di essere fotografato così che nessuno lo potesse mai riconoscere ed era sempre bene attento a non far saltare la sua copertura. Aveva un aspetto piuttosto ordinario, si confondeva con facilità tra la gente e nessuno era in grado di dare di lui una descrizione precisa dopo che, all’improvviso, spariva dalla scena. La sola cosa che spiccava in lui erano i capelli, neri come l’ossidiana: per questa ragione era soprannominato the Raven». Il corvo. Dal 1890 al 1920 Dimaio aveva lavorato a lungo sottocopertura tra gli immigrati italiani di Chicago e di Pittsburgh indossando i tipici abiti laceri dei lavoratori, aveva bazzicato tra i gangster di New Orleans, facendosi perfino incarcerare pur di raccogliere le confidenze di un contraffattore che sapeva molte cose  sull’omicidio di Hennessy; si era spostato poi nell’America Latina per scovare i famosi fuorilegge Butch Cassidy e Sundance Kid. Divenuto capo della sede di Philadelphia della Pinkerton (per conto della quale aveva partecipato agli interrogatori di ventuno persone sospettate di appartenere a un locale gruppo della Mano Nera), aveva imparato molto sui metodi della mafia e utilizzato con successo le informazioni per infiltrarsi dentro diverse organizzazioni criminali. Il suo lavoro aveva entusiasmato e ispirato Joe Petrosino, che lo considerava il più grande conoscitore della mafia in America.

Ovviamente nessuna delle vittime prescelte dalla “Società della Banana”, ammetteva di aver ricevuto quelle lettere dalla grafia sghemba, zeppe di teschi e cuori trafitti e tibie incrociate. Non lo aveva fatto certamente il gestore di una taverna di Cleveland minacciato così da una “occhiuta” Mano Nera: «Da una nostra spia segreta abbiamo saputo che hai informato la polizia, al contrario di come ti avevamo avvertito. Perciò è tempo di morire, e alla prima occasione ti sentirai qualche pallottola allo stomaco. Vigliacco. Tu l’hai voluto e morirai come un cane». Non si era precipitato dalla polizia nemmeno il proprietario di un negozio  in Pennsylvania cui la “Società” aveva ordinato di pagare 10 mila dollari, altrimenti la sua testa sarebbe saltata per aria.

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Sam Lima, Giuseppe Ignoffo; Saverio Ventola; Sebastian Lima; Salvatore Arrigo; Vincenzo Arrigo; Francesco Spadaro; Augustino Marfisi

Erano seguiti altri mesi di indagini alla ricerca di prove in tutto il Midwest[28], in California, in Louisiana e nell’Oregon – dove vivevano e operavano alcuni fiancheggiatori della “Società della Banana” -, durante i quali negli “addetti ai lavori” era maturata l’illusoria convinzione che, proprio a Marion, si trovasse il quartier generale americano della famigerata Mano Nera. Poi, l’8 giugno 1909, era scattata l’attesa operazione. Sam Lima[29], Sebastian e un sodale erano finiti in carcere e una cassa piena di armi da taglio e da sparo e diversi tirapugni, una lista compilata a mano con i nomi delle prossime vittime e migliaia di dollari in banconote erano state sequestrate. Il mandato di arresto con cui si erano presentati i poliziotti era anche per il vecchio Lima, Antonio, il quale, però, era precipitosamente rientrato in Sicilia.

Nei giorni seguenti in alcune città dell’Ohio e della Pennsylvania altri presunti componenti dell’associazione erano stati arrestati, in qualche caso anche in modo rocambolesco com’era accaduto per Calogero “Charlie” Vicario, che aveva accolto la pubblica sicurezza armato fino ai denti e protetto da un “muro umano” di donne e bambini, anch’essi armati,  piazzato davanti alla porta di casa. Pure da lui avevano sequestrato diverse lettere che risultavano essere state scritte dalla stessa mano, usando lo stesso tipo di inchiostro e di carta. Altre lettere e telegrammi, tutte con un unico mittente,  Sam Lima, erano stati trovati a casa di Orazio Runfola, a Pittsburgh.

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Pippino Galbo; Orazio Runfola; Calogero “Charlie” Vicario; Antonio “Tony” Vicario; Salvatore Demma; Salvatore Rizzo

A mancare all’appello era solo il vecchio Salvatore Arrigo: ma era solo una questione di tempo. Goloso e godereccio com’era, il siciliano non riusciva a stare lontano dai dolci, dagli alcolici e dal cibo italiano, e proprio grazie ad un pacco contenente caramelle, vino e fiori gli investigatori erano riusciti, un mese dopo il fallito blitz nella sua casa di Cincinnati, a stringergli le manette ai polsi. Il pacco “fortunato” era partito dalle poste di Cincinnati ed era diretto a Batavia, nella contea di Clermont, dove, in una confortevole fattoria immersa nei boschi, Arrigo aveva trovato rifugio.

Altri pacchi erano arrivati a Batavia in quelle settimane, tutti provenienti da Cincinnati; ogni giorno, inoltre, in quella fattoria di proprietà di un siciliano, venivano recapitati ravioli, maccheroni e spaghetti che un ristorante italiano preparava appositamente per lui. «Arrigo è stato tradito dalla pasta italiana», aveva spiegato un soddisfatto Oldfield ai giornalisti che affollavano il suo ufficio a Columbus: «Non sarebbe stato capace di sopravvivere con le verdure della contea di Clermont: ogni giorno, perciò, mangiava spaghetti e maccheroni che qualcuno gli faceva recapitare. Nella casa abbiamo trovato diversi cesti pieni di pasta, di Romano cheese, di vermouth e vini italiani».

La Corte federale di Toledo, dove si è svolto il processo (Ph. Library of Congress)

Il processo alla “Società della Banana” – il primo, in America, contro un gruppo criminale organizzato – era cominciato il 18 gennaio 1910 presso la Corte federale di Toledo. I Lima e l’altro cognato, Ignoffo, erano difesi da un avvocato molto noto in città, John H. O’Leary, proprietario di un importante studio legale associato che aveva, tra i suoi clienti, companies molto potenti e numerose banche; anche gli altri imputati potevano comunque contare sulla difesa dei migliori studi legali del Midwest. Chiaramente tutti negavano la loro appartenenza e ripetevano di non sapere nulla di quelle lettere e di quei soldi.

Ma Frank Oldfield, e con lui il direttore dell’ufficio postale di Columbus, aveva raccolto un corposo malloppo di prove contro tutti i siciliani “della Banana” e al grand jury aveva presentato un atto d’accusa di 150 pagine. John Amicon, chiamato a testimoniare, aveva riconosciuto nei Lima, in Ignoffo e in Ventola gli uomini che si aveva visto aggirarsi nei pressi del suo magazzino ogni volta che gli arrivavano le lettere. Altre vittime avevano trovato il coraggio di presentarsi davanti alla Corte, e tutte avevano puntato il dito contro Lima e i suoi accoliti.

Il 29 gennaio, in un’aula gremita, il jury aveva letto il verdetto: gli imputati, riconosciuti colpevoli, erano stati condannati a pene comprese tra i 16 (Sam Lima) e i 2 anni di prigione da scontare nel penitenziario di Leavenworth[30], nel Kansas. Il 18enne Tony Vicario era stato invece destinato al riformatorio di Elmira[31], nello Stato di New York. Per altri tre accusati, le cui prove raccolte erano considerate deboli, il giudice aveva disposto un nuovo processo, terminato non molto tempo dopo con una sola condanna.

Si era conclusa così l’esistenza della “Società della Banana” ma non quella della Mano Nera, che in altre città americane (su tutte la New York orfana di Joe Petrosino dove, per qualche anno ancora, il terrore avrà il nome di Giuseppe “The fox” Costabile[32]) continuerà a ricattare e ad uccidere. E lo farà fino a quando, con il Proibizionismo, vedrà l’alba un nuovo potere criminale: quello oscuro e spietato dei gangster. ⊗

 

 

 

[1] Ma non solo: vittime delle minacciose lettere estorsive erano anche le comunità greche, tedesche, perfino afro-americane. In diversi casi a soccombere alla Mano Nera sono state anche persone famose: il nostro Enrico Caruso, i tre fratelli attori Lionel, Ethel e John Barrymore. Le prime lettere con questa firma erano state ritrovate a Chicago nel 1892 e quattro anni dopo a New York. Lo stesso nome, anche se con declinazioni linguistiche diverse, è stato usato in altri luoghi del mondo: ad esempio in Spagna, dove la Mano Negra sarebbe stata una società segreta di stampo anarchico attiva intorno al 1880, o in Serbia, dove la Crna Ruka era un movimento panslavista e nazionalista che ha avuto un ruolo importante nell’organizzazione dell’assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando, il 28 giugno 1914 a Sarajevo.

[2] Lettera dopo lettera gli estorsori pretendevano somme sempre maggiori di denaro (somme che la vittima non sarebbe stata mai in grado di pagare) pena il sequestro dei figli o della moglie, lo sterminio dell’intera famiglia, l’incendio e la distruzione del negozio o del ristorante.

[3] Kenesaw Mountain Landis, nato a Milville (Ohio) nel 1866, dopo aver ricoperto per diciotto anni l’incarico di giudice federale, nel 1920 è stato eletto primo commissario di una società professionista di baseball. Tra le sue prime azioni vi è stata la messa al bando di otto giocatori della squadra dei Chicago Black Sox coinvolti, mesi prima, in un grande scandalo. Gli otto erano accusati di aver intenzionalmente fatto perdere un match del campionato 1919 al proprio team (contro i Cincinnati Reds) in cambio di denaro sborsato da un’organizzazione di scommettitori che a capo aveva, tra gli altri, Arnold Rothstein (per saperne di più su Arnold Rothstein rimando al mio articolo: “La storia poco nota di George Remus, l’avvocato-contrabbandiere che faceva affari con Al Capone e Lucky Luciano”).

[4] Probabilmente derivato da dagger, coltello, a indicare la facilità con cui gli italiani lo utilizzavano come arma.

[5] Giuseppe Sergi e Alfredo Niceforo, tra le altre cose discepoli di Cesare Lombroso e promotori di un Comitato Italiano di Studi Eugenici.

[6] La relazione segnalava che i nuovi arrivati, originari dal Sud e dall’Est Europa, non possedevano grandi attitudini al lavoro e più del 35% non sapeva leggere né scrivere. Soffermandosi in special modo sugli italiani, sottolineava che la stragrande maggioranza di quelli ammessi negli Stati Uniti dal 1899 al 1910 provenivano dalla Sicilia e dalla Calabria, regioni definite tra le meno produttive e meno sviluppate del Paese, governate da leggi quasi tribali, influenzate dalla mafia e dalla camorra (sic!) e con una popolazione sottomessa alla povertà e all’analfabetismo. Il tema era approfondito nel Volume V, il “Dizionario delle Razze e delle persone”. In esso gli italiani erano divisi in due gruppi, l’uno agli antipodi dell’altro: quello degli italiani del Nord, definiti «celtici», e quello degli italiani del Sud, chiamati «iberici». I primi, spiegava con dovizia di particolari la relazione, si caratterizzavano fisicamente per la testa larga, la statura alta e un idioma che alterna i dialetti locali ad una lingua alta, derivata direttamente da Dante, Petrarca e Boccaccio; i secondi si riconoscevano per la testa lunga, la carnagione scura, la statura bassa e le origini africane. Dal punto di vista caratteriale, per la Commissione Dillingham i settentrionali erano «riflessivi, pazienti, pratici, capaci di grandi progressi nell’organizzazione politica e sociale della civiltà moderna», invece i meridionali – così li ritraeva – erano persone «dall’immaginazione vivida, affabili, benevolenti ma eccitabili, impulsive, superstiziose e vendicative». Il Report Dillingham  ha avuto un significato impatto sulle successive politiche migratorie americane.

[7] Città divenuta una destinazione naturale per i venditori di frutta italiani, e siciliani in particolare, fin da prima della Guerra civile. Successivamente la città aveva subito una serie di tracolli: finanziario, sanitario (un’epidemia di febbre gialla aveva provocato la morte di quattro mila persone) e morale. In mezzo ai debiti e alla corruzione di politici, giudici, appartenenti alle forze dell’ordine, la mafia italiana aveva trovato il proprio habitat ideale. Buona parte dei circa 25-30 mila italiani presenti sul Delta del Mississippi nel 1890 arrivava dalla Sicilia, tanto che il quartiere in cui vivevano, nella parte francese, era chiamato Little Palermo. Ha scritto lo studioso Salvatore Lupo: «A cavallo dei due secoli New Orleans è il secondo dei porti per il commercio degli agrumi siciliani negli Stati Uniti, quello verso cui si indirizzano i piccoli operatori desiderosi di emanciparsi dalla grande organizzazione mercantile Palermo-New York […] Da qui si era dipanato il filo della matassa che in Sicilia aveva portato ai processi per associazione a delinquere». (Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri”, 1996)

[8] David Hennessy, ritenuto vicino alla famiglia Provenzano, era stato ucciso dal criminale Giuseppe Esposito. Ex braccio destro, in Sicilia, del bandito Antonino Leone, Esposito era fuggito negli Stati Uniti dove aveva cambiato il proprio nome in Vincenzo Rubello o Rebello ma era conosciuto anche come Giuseppe Randazzo e con il soprannome di “Panesolo”(vedi: “Opinion of John A. Osborn, commissioner” all’interno di United States Serial set, Us. Govern Printing Office, 1986). Arrivato a New Orleans, Esposito era divenuto l’uomo di fiducia di Joseph Provenzano, che contendeva al rivale Charlie Matranga il controllo del porto e del business della frutta nella cittadina della Louisiana. L’Fbi considera Giuseppe Esposito il primo componente della mafia siciliana ad emigrare in Nord America. Tra gli autori del linciaggio degli 11 siciliani vi erano anche personalità importanti della comunità di New Orleans come uomini d’affari, mercanti, politici, avvocati: avevano assaltato il carcere perché non ritenevano giusta la decisione della corte di assolverli dall’accusa di omicidio. Per molti anni la città ha rifiutato di assumersi la responsabilità del massacro.

[9] Quasi interamente composta da uomini di origini irlandesi.

[10] Nato a Padula (Salerno) nel 1860, era emigrato molto giovane negli Us con la famiglia e dopo aver fatto diversi lavori, tra cui il lustrascarpe davanti alla centrale di polizia di Mulberry Street, era stato assunto nel corpo degli spazzini di New York, al tempo dipendenti dal NYPD. In seguito, viste le sue abilità nel camuffamento e la sua acuta intelligenza, era entrato ufficialmente nella polizia. E’ stato il primo agente italiano a New York e il primo italo-americano ad ottenere il grado di tenente. Ha ricevuto la Medaglia d’onore per aver arrestato 500 criminali e aver permesso 2500 espulsioni. Inoltre, camuffato in modo tale da assomigliare al celebre tenore napoletano Enrico Caruso, voce d’oro del Metropolitan, aveva catturato i due italiani emigrati a Brooklyn che per mesi lo avevano minacciato e taglieggiato. Petrosino è stato ucciso il 12 marzo 1909 a Palermo, dove era stato inviato segretamente per indagare sui legami tra la mafia siciliana e quella americana. Qualche giorno dopo la sua partenza il New York Sun aveva pubblicato un articolo in cui forniva dettagli sul viaggio. Si ritiene che quell’articolo abbia contribuito a decretarne la condanna a morte. Della sua uccisione erano stati a lungo sospettati alcuni siciliani, tra cui il bisacquinese Vito Cascio Ferro, fuggito negli Stati Uniti nel 1901 e vissuto per qualche anno tra tra New York e New Orleans (inoltre arrestato nel 1903 dallo stesso Petrosino) ma le accuse contro di lui erano decadute grazie alla testimonianza del barone e deputato Domenico de Michele Ferrantelli.

[11] Tra i requisiti che dovevano possedere vi era la capacità di comprendere e parlare diversi dialetti meridionali, in special modo il siciliano, il calabrese e il napoletano, oltre all’italiano e all’inglese e di riuscire a sparire dalla circolazione prima che a qualcuno potesse sorgere qualche sospetto.

[12] Questo metodo di esecuzione era definito barrel murder, assassinio nel barile.

[13] Ancora negli anni Sessanta il giornalista americano e premio Pulitzer Ed Reid indicava nella Sicilia la capitale del «supergoverno del crimine» attivo negli Stati Uniti (“Mafia”, 1964).

[14] Ad esempio i corleonesi Ignazio Saietta soprannominato “The Wolf”, il cognato Giuseppe Morello, falsario soprannominato “Joe the Old Fox” o, anche, “Clutch hand” (mano ad artiglio) a causa di una deformazione alla mano destra,  e i fratellastri di questo, i Terranova. Controllavano la Little Italy facendosi pagare il pizzo dai proprietari di negozi e ristoranti. Si erano distinti (e con loro anche Vito Cascio Ferro, componente della gang) anche per essere i feroci autori di numerosi barrel murders, uno dei quali aveva avuto come vittima, nel 1903, il siciliano di Lercara Friddi, Benedetto Madonia. Il gruppo criminale che faceva capo a Morello, dedito in particolar modo alle rapine, alle contraffazioni, alle estorsioni con lo stile della Mano Nera, ha dato poi origine all’omonimo clan mafioso oggi conosciuto come famiglia Genovese. Giuseppe Morello sarebbe stato tra gli organizzatori dell’assassinio di Joe Petrosino, il quale lo aveva peraltro arrestato nel 1903. In tre lettere, inviate da un anonimo estensore che si firmava “un onesto siciliano” al questore di Palermo nei giorni immediatamente successivi all’omicidio, si citavano proprio, come responsabili, «Morello, capo della Mano Nera, Giuseppe Fontana, assassino del  marchese di Notarbartolo, Ignazio Milone. Pietro Inzerillo, proprietario della bettola “Stella d’Italia”. E i due fratelli Terranova, fratellastri di Giuseppe Morello. Tutti della Mano Nera, tutti pericolosissimi».  Sempre nelle lettere si precisava che la congiura si era tenuta a New York  «e fu mandato l’incarico a Vito Cascio Ferro e Ignazio Lupo». Per saperne di più: Arrigo Petacco, “Joe Petrosino. L’uomo che sfidò per primo la mafia italo americana”(2002).

[15] Petrosino non sbagliava, evidentemente, a sottolineare questo sostrato comune se tra le comunità di immigrati italiani la regola che vigeva era quella del: «E’ meglio assistere a un omicidio non vendicato che essere ammazzati». Dal momento che i sospettati dei crimini venivano di solito scagionati, e i ricatti, le estorsioni e gli assassinii riprendevano rapidamente, andare a denunciare – era il loro pensiero – significava esporsi alla vendetta della Mano Nera. Per molti, moltissimi italiani in America, dunque, la cosa migliore da fare era sopportare e tacere, poiché era «più sicuro avere a che fare con la Mano Nera, con la mafia e con la camorra in America che non in Italia».

[16] I giornali della Wind city come il Chicago Record Herald scrivevano che in quei luoghi metà dei residenti erano ex detenuti o criminali fuggiti dalla giustizia italiana mentre il resto degli abitanti erano persone che non avevano avuto problemi con la legge ma vivevano in una condizione di totale sottomissione alla Black Hand. Il Tribune annotava che in quel quartiere «senza legge», abitato da «ex minatori, da pastori, da contadini e da briganti», c’erano «uomini dagli occhi fiammeggianti, la pelle scura e grossi baffi appostati agli angoli delle strade, immersi nell’oscurità». Alcuni, precisava, portavano piccoli cerchi d’oro alle orecchie e fazzoletti rossi al collo che davano loro l’aspetto di «pirati del Mediterraneo». Il giornale organo della Federazione Italiana Socialista di Chicago, La Parola dei Socialisti, scriveva che gli italiani, come i cinesi, facevano molta fatica ad integrarsi con gli americani, e constatava: «Ci sono italiani negli Stati Uniti da più di venti anni che, sebbene siano diventati proprietari di drogherie e trascorrano le serate e le domeniche nelle taverne, non hanno mai imparato la lingua». Il giornale degli italiani a Chicago, L’Italia, aveva scritto che una parte della responsabilità del potere della Mano Nera era anche della comunità italiana, della sua indifferenza, della sua mancanza di collaborazione con le autorità. Un altro dato di fatto riguardava il profondo degrado in cui versavano i quartieri da loro abitati: le palazzine erano fatiscenti, gli alloggi erano sporchi e sovraffollati, le strade dissestate e buie. In grandi città come Chicago e New York l’organizzazione degli insediamenti italiani riproduceva, abbastanza sommariamente, la disposizione delle regioni italiane: vi erano quartieri abitati da un mix di campani, molisani, calabresi, abruzzesi, altri da immigrati provenienti dal centro Italia insieme con baresi, salernitani, avellinesi, altri solo da siciliani e altri ancora solo da persone provenienti dal Nord Italia e Toscana.

[17] Così chiamato da quando, nel 1860, era andato a fuoco l’impianto a carbone della People Gas, Light & Co. e le fiamme, divorando tutto, avevano reso il paesaggio spettrale. Ad aumentare il senso di pericolo della ittle Hell, separata dal resto della città dal Chicago river,  vi era anche un incrocio di strade dove, tra il 1910 e il 1911, erano stati ritrovati circa cinquanta cadaveri e che, per questo, era stato soprannominato Death corner. Ma Chicago non era solo la Mano Nera: nel 1907 alcune figure molto importanti e molto facoltose della comunità italo americana avevano costituito l’associazione Mano Bianca (White Hand). Guidata dal console Guido Sabetta, aveva il proprio quartier generale nel Tempio massonico cittadino e grazie ai consistenti finanziamenti di associazioni e unioni siciliane, aveva messo in piedi una task force composta da avvocati, interpreti e detective privati attivi tra Chicago e Roma (Julian Bernacchi e il collega Gabriel Longobardi, soprannominato il “Petrosino di Chicago”) che lavoravano in collaborazione con la polizia. Attiva per qualche anno, la Mano Bianca aveva smesso di esistere per la mancanza di un convinto supporto della comunità italiana (diffidente, quando non indifferente), per i continui attacchi della stampa, che riteneva i suoi membri degli esclusivi difensori degli interessi dei ricchi, per le aggressioni della stessa Black Hand e per quello che l’ex presidente Joseph Damiani, in una intervista al Chicago Record-Herald, aveva definito il «lassismo dell’amministrazione della giustizia».

[18] Prima dell’Fbi le indagini su un ampio spettro di crimini le svolgeva l’Us Post Office Department.

[19] Salvatore Cira, cinquanta anni, originario di Termini Imerese, era stato ucciso nel 1908 dal nipote Carlo Demma (divenuto, in America, Charles Demar), 18 anni, socio della Demar’s Fruit Importers. Il suo corpo senza vita era stato trovato dalla moglie immerso in una pozza di sangue tra le casse di mele e di banane. In tasca aveva due lettere scritte in italiano e firmate Mano Nera a lui indirizzate. Demar si era giustificato con la polizia dicendo che lo aveva ucciso perché non veniva pagato per il suo lavoro. Salvatore Cira riceveva spesso visite da italiani di Pittsburgh, Cincinnati, Cleveland e Buffalo e non era ben visto dagli abitanti di Bellefontaine tanto che in occasione del suo funerale il prete si era rifiutato di celebrare la funzione.

[20] Criminale nato nel Palermitano nel 1843, ricercato dalle forze dell’ordine siciliane per una serie di delitti, compresi alcuni omicidi. Nel 1880 aveva trovato rifugio oltreoceano: prima a Cleveland, dove aveva aperto il suo negozietto di frutta, poi a Washington, dove era stato a lungo detenuto per contraffazione, quindi a Cincinnati dove aveva potuto godere nuovamente dell’anonimato. Ideato un nuovo business illegale, aveva coinvolto alcuni siciliani entrati poi a far parte della “Società della Banana”.

[21] I loro genitori erano morti nel corso del terremoto del 1908. Successivamente i due giovani fratelli Vicario, Calogero, detto “Charlie”,  e il fratello minore Antonio, “Tony”, avevano raggiunto gli Stati Uniti . Si distinguevano dagli altri siciliani per l’assenza di baffi e per le facce pulite da bravi ragazzi.

[22] Definito dalla polizia un vero gangster, era arrivato negli Stati Uniti all’età di vent’anni. Proprietario di un saloon molto malfamato a Cincinnati, aveva ammazzato il suo socio in affari e a seguito di ciò si era fatto due anni di carcere.

[23] Era capitato che in un solo mese Antonio Lima avesse fatto alla moglie Annunziata diciannove vaglia postali, ciascuno dei quali di mille dollari.

[24] Erano minuscoli rettangoli da due cents con il profilo di George Washington ricreato attraverso una successione di lineette e di puntini (stampato con l’inchiostro rosso brillante da una incisione molto dettagliata, così da evitare le contraffazioni) e con i bordi perforati. Aveva, in alto, la scritta U.S. Postage e, in basso, two cents.

[25] Sebastian Lima, Salvatore Demma, Francesco Spadaro, Tony e Charlie Vicario, Orazio Runfola, Pippino Galbo, Saverio Ventola, Salvatore Arrigo e il figlio Vincenzo, Giuseppe Ignoffo, Salvatore Rizzo.

[26] “Inspector Oldfield and the Black Hand Society. America’s original gangster and the U.s. Postal detective who brought them to justice”, William Oldfield and Victoria Bruce, 2018.

[27] Parlava fluentemente parecchie lingue: italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese e diversi dialetti italiani.

[28] Con il ritrovamento di cadaveri mutilati, non solo di cittadini italiani. Arthur Ketterling, ad esempio, era uno studente della Miami University di Oxford (Ohio) ed era stato ucciso, da quanto asseriva una lettera che portava la firma della Mano Nera fatta recapitare alla madre, perché aveva rivelato alla polizia l’esistenza dell’organizzazione.

[29] Alla vista delle autorità aveva tentato di fuggire, armato, dal retro della sua bottega; mentre lo portavano in prigione aveva poi finto di non parlare e non capire l’inglese.

[30] Dove, negli anni, sono stati rinchiusi condannati per spionaggio, corruzione, rapine, traffico di droga, omicidi seriali. Nelle sue celle hanno scontato la loro pena anche prigionieri politici e gangster del calibro di Russell Bufalino (di recente impersonato da Joe Pesci nel film “The Irishmen” di Martin Scorsese), George Kelly (detto “Machine Gun Kelly”, che in questo carcere è morto), Anthony Corallo (della famiglia Lucchese di New York, condannato a una detenzione di un secolo).

[31] http://www.correctionhistory.org/html/chronicl/docs2day/elmira.html

[32] Un giovane ma spregiudicato immigrato a capo di una gang che, intorno agli anni 10 del Novecento, teneva in pugno la grande maggioranza dei commercianti italiani della Little Italy. Il suo dominio era finito nel settembre 1911 quando alcuni agenti della Squadra Italiana della NYPD lo avevano arrestato mentre stava camminando con una bomba nascosta sotto il cappotto.

 

 

 

Fonti:

“Ohio’s Black Hand Syndicate”, D. Meyers & E. Meyers Walker (2018, The History Press)

“Inspector Oldfield and the Black Hand Society”, W. Oldfield & V. Bruce (2018, Touchstone)

“The Black Hand. Terror by letter in Chicago”, R. M. Lombardo (2010, University of Illinois Press

“American mafia”, T. Reppetto (2004, Henry Holt & C.)

“Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri”, S. Lupo (1996, Donzelli editore)

“Mafia”, H. Hesse (1991, Laterza)

“Storia della mafia”, G. C. Marino (2010, Newton Compton Editori)

“Storia della Camorra”, F. Barbagallo (2010, Editori Laterza)

“Storia criminale” E. Ciconte (2008, Rubbettino Editore)

“Joe Petrosino. L’uomo che sfidò per primo la mafia italo americana”, A. Petacco  (Mondadori, 2002)

“Italian american crime fighters: a brief survey”, The Order Sons of Italy in America, Washington D.C., 2005

“Sleuths arrest alleged leader of Black Hand”, Los Angeles Herald, 10 giugno 1909

“Hunting down the Black Hand”, Fairplay Flume, 18 giugno 1909

“Black Hand thugs receive heavy sentences. Leader of Ohio and Indiana Band given 16 years in Us prison”, San Diego Union & Daily Bee, 29 gennaio 1910

https://www.smithsonianmag.com/history/1911-report-set-america-on-path-screening-out-undesirable-immigrants-180969636/

https://archive.org/details/reportsofimmigra04unitrich/page/n4

https://immigrationtounitedstates.org/451-crime.html

N.B. le immagini di copertina, delle lettere della “Società della Banana”, dell’ispettore Oldfield, di John Amicon, delle armi sequestrate e delle foto segnaletiche dei 14 arrestati sono tratte dal libro di William H. Oldfield