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Ne usciremo mai? E’ una domanda che torna più volte alla mente conversando con Alberto Pierobon, il coraggioso manager padovano che in un recente libro (“Ho visto cose”, Ponte alle Grazie) ha svelato trucchi e trucchetti per rubare in Italia. Restando ovviamente – e orgogliosamente – impuniti. I paradisi fiscali, le truffe, il riciclaggio di denaro, le frodi “carosello”, gli appalti truccati, la corruzione nella pubblica amministrazione, il traffico dei rifiuti.

Consulente, ex bancario, ex direttore di una importante società partecipata veneta che gestisce rifiuti e, anche, ex sub commissario ministeriale in materia, ancora una volta, di monnezza, il 56enne Pierobon descrive da “insider allergico agli intrallazzi” gli abusi che quotidianamente si consumano alle spalle dei contribuenti italiani. Azioni che egli ha visto ripetersi ed estendersi fino a trasformarsi in sistema; illecite consuetudini che ha più volte denunciato, diventando per questo bersaglio di minacce, di intimidazioni e di pesanti tentativi di delegittimazione.

Pierobon, ma questa Italia sembra essere un Paese solo per furbi

Se parliamo al bar Sport possiamo dire che sì, l’Italia è un Paese per furbi e collusi e che chi non è furbo è un cretino. Ma se ragioniamo con qualcuno che va un po’ più in là ci accorgiamo che ci sono tante persone oneste che non accettano di sottomettersi a questo sistema.

Un sistema che ha raccontato in modo meticoloso

Ho voluto far capire a chiunque i meccanismi che lo regolano. Non basta parlare in senso generico, banalizzando i concetti, come spesso accade, ma è fondamentale analizzare e contestualizzare il funzionamento dell’ingranaggio poiché esso cambia in base a molti fattori, compresi il momento storico e il contesto. Giusto per fare un esempio, oggi i soldi pubblici non si intascano più con la bustarella, come ai tempi di Tangentopoli, ma per mezzo di favori, vacanze gratis, regali, ragazze compiacenti. Una volta compreso questo, ecco che possiamo socializzare la conoscenza e trovare l’antidoto a esso, il più potente dei quali è la nostra coscienza.

Qual’è il filo rosso che unisce tutte le attività di malaffare?

E’ la finanziarizzazione, che è poi anche il principale male dell’economia: una logica tanto odiosa quanto raffinata attuata dai colletti bianchi servendosi di norme, società e contratti. Tuttavia si può fare luce su questi meccanismi se non guardiamo ai soli bilanci ma partiamo dai flussi finanziari e materiali per andare a rebours, a ritroso, incrociando documenti e altri elementi.

Quella delle banche italiane è un’implosione annunciata?

Ricordo che già nel 1987 – lavoravo al Credito italiano – si andava ripetendo che il sistema Inps doveva saltare, che era necessario vendere fondi e che buona parte dei crediti messi a bilancio di tante banche erano farlocchi. Sull’onda di uno sviluppo economico sfrenato, gestito con spregiudicatezza dagli yuppies, anche le banche venete hanno espresso la volontà di potenza ricorrendo a personaggi istituzionali che, nell’indifferenza generale, ne hanno snaturato la gestione e la natura. Dai principi di onestà, correttezza, trasparenza enunciati nei loro codici etici si è passati al clientelismo e alla speculazione.

Usciremo mai da questo sistema?

Per farlo servono progetti condivisi, volontà e lungimiranza: ci vorrà qualche decennio, infatti, prima di vedere qualche risultato. Dobbiamo puntare sui giovani, su un cambio di marcia etico e culturale e su un paradigma che non sia quello attuale, di tipo “sviluppista”. Non possiamo continuare a sostenere un modello che si basa sull’individualismo utilitaristico, sulla gratificazione immediata, sulla “ricetta” consigliata anni fa da un premier italiano a una giovane pr uscire dalla precarietà: “Sposare mio figlio oppure un miliardario”. Se lo infrangiamo, e ricostruiamo al suo posto una vera, autentica comunitas, sono convinto che ne usciremo. Sani e salvi”.

Monica Zornetta (Avvenire, 27 luglio 2017)