Mapplethorpe. La mostra choc che 30 anni fa cambiò gli Usa

Sex affairs. La scelta di Jana
06/11/2015

Quando, un freddo 7 aprile di trent’anni fa, una ventina di poliziotti comparve all’improvviso nell’affollata sala del Contemporary Arts Center di Cincinnati, in Ohio, nessuno, sul momento, capì che cosa stava succedendo. Chi li vide entrare con passo svelto e bellicoso, dopo aver gettato a terra i pesanti cordoni separatori di velluto scarlatto e superato di malagrazia l’ordinata fila di persone in attesa di entrare, pensò che il motivo di tanta concitazione fosse l’arresto di qualche pericoloso criminale. Ma si sbagliava.

Gli agenti del Dipartimento cittadino erano infatti arrivati fin lì, a sirene spiegate, per notificare non ad un malvivente ma al direttore del museo, il 43enne Dennis Barrie, e al museo stesso, due incriminazioni per pornografia e un altro paio per utilizzo illegale di immagini con minori nudi. Era la prima volta che succedeva un fatto del genere, in America.

Una volta eseguita la notifica, gli uomini in divisa nera avevano sgomberato la sala dai mille o forse più visitatori che la gremivano, chiuso le porte del museo e cominciato a filmare alcune delle opere fotografiche esposte, allo scopo di fornirle, come prova, al Grand Jury. Un’ora e mezzo più tardi le porte erano di nuovo aperte.

Proprio quel sabato d’aprile carico di nuvole e di tensione, al Contemporary Art Center  –  o CAC, come viene chiamata questa istituzione americana, una delle prime interamente dedicate all’arte contemporanea – si era infatti aperta la retrospettiva “Robert Mapplethorpe: The Perfect Moment”, che raccoglieva 175 fotografie scattate nell’arco di cinque lustri dall’artista newyorchese morto per Aids il 9 marzo 1989, a 42 anni. Era stato lo stesso Mapplethorpe, già molto malato, a sceglierle, un anno e mezzo prima: ai fiori, agli autoritratti, agli studi di nudo più formali e alle immagini di celebrities aveva voluto affiancare sette fotografie “difficili”, poiché in cinque di esse erano immortalate esplicite pratiche di sadomasochismo gay, e, nelle altre, due bambini nudi (nessuno dei quali coinvolto in atti sessuali).

Tra il dicembre ‘88 e il gennaio ’89 “The Perfect Moment”, che godeva di finanziamenti pubblici, era stata allestita con successo all’Institute of Contemporary Arts di Philadelphia, in Pennsylvania, e nei mesi seguenti avrebbe dovuto toccare altri sei tra istituti e musei americani; poco prima della terza tappa, però, erano cominciati i problemi. Le feroci proteste di alcune associazioni cristiane per la famiglia e per l’ordine sessuale, e soprattutto le iniziative intimidatorie tentate da due anziani e influenti Senatori repubblicani – Jesse Helms e Alfonse Al D’Amato – per impedire che le arti «indecenti, miserevoli e volgari», come le definivano, continuassero ad essere sovvenzionate con denaro federale, avevano spinto la direttrice della Corcoran Art School and Gallery di Washington, Christina Orr-Cahall, a cancellare in fretta e furia l’evento quando mancavano tre settimane alla sua inaugurazione.

Dennis Barrie, al contrario, aveva voluto andare avanti: era fortemente convinto della sincerità del discorso artistico di Mapplethorpe, del valore della sua incendiaria espressività. E in tutto questo era supportato dal consiglio del museo, non nuovo, peraltro, ad eventi artistici dai contenuti sessuali forti o persino disturbanti. Sapeva benissimo, l’audace curatore, che esponendo quelle sette controverse fotografie avrebbe messo sé stesso e l’istituzione che guidava da otto anni al centro di critiche spietatissime, ma era anche consapevole che tutto ciò rientrava in quella libertà di espressione che il primo emendamento della Costituzione difendeva. Malgrado la lucidità delle analisi, la scelta non era stata scontata per nessuno, e non soltanto perché la città di Cincinnati aveva sempre difeso con orgoglio la propria anima tradizionalista e oscurantista rispetto alle politiche sociali e al riconoscimento dei diritti. Compreso quello alla pornografia tra cittadini adulti e consenzienti.

Erano, quelli, gli anni più terribili della gay plague, come veniva chiamata la pandemia di Hiv che negli Stati Uniti stava falciando centinaia di migliaia di vite; gli anni dello stigma sociale delle persone omosessuali, del paziente lavoro di erosione delle libertà individuali e delle minoranze condotto da alcuni politici conservatori, Helms compreso; delle infuocate crociate anti-pornografia guidate da due reverendi, metodista l’uno e presbiteriano l’altro, e finanziate da un ricchissimo businessman di Cincinnati che qualche tempo prima aveva fatto incarcerare per oscenità l’editore della rivista per adulti “Hustler”, Larry Flynt. 

«Ancor prima che le opere arrivassero al museo, in città si era aperta una discussione sull’opportunità di esporre quelle sette fotografie che lo sceriffo della contea di Hamilton aveva definito “criminalmente oscene” e che per Helms “incitavano l’omosessualità e le molestie sui bambini”», ha ricordato al telefono Dennis Barrie, molto noto  negli Stati Uniti anche per aver co-fondato la Rock and Roll Hall of Fame, a Cleveland: «Le associazioni per la famiglia e quelle contro la pornografia, strettamente legate alla destra più fondamentalista e religiosa, le ritenevano inappropriate per un museo e pericolose per i giovani: perciò, avevano messo in atto un piano per far si che in città e nella contea si diffondesse un sentimento ostile alla mostra, avvalendosi di certi giornali, di certe radio e di parecchie migliaia di lettere di protesta – con tanto di fotografie allegate, alcune delle quali nemmeno scattate da Mapplethorpe – inviate dai cittadini al museo. La politica aveva minacciato di toglierci i fondi e la sera prima dell’apertura, nel corso della preview per gli addetti ai lavori, girava la voce che la polizia sarebbe venuta ad arrestarmi l’indomani», ha continuato Barrie.

Il processo si era aperto al termine dell’estate al Tribunale municipale della contea, a Cincinnati; per seguirlo, erano arrivati giornalisti, fotografi e cameramen da molte parti del mondo. Era chiaro a tutti che quella battaglia non si fermava all’Ohio ma riguardava la nazione intera e la sua stessa idea di libertà. Migliaia e migliaia di attivisti e di cittadini comuni, giunti anche da Philadelphia e da New York, avevano manifestato fin dal primo giorno – un 24 settembre mite eppure furente – fuori dal Palazzo di giustizia e in altre zone della città attraversata dall’Ohio river, bloccando il traffico con cortei e sit in. “Il momento perfetto per fermare la censura”, “L’arte deve restare libera”, erano alcune delle scritte che campeggiavano su bandiere, striscioni e cartelli sventolati tra le Old Glory e gli slogan gridati dai manifestanti.

Dinnanzi  al giudice David J Albanese, dalle ardenti simpatie repubblicane, e agli otto cittadini “ordinari” che componevano la giuria popolare, erano sfilati in quei giorni alcuni direttori artistici di importanti musei americani per confermare, su richiesta della difesa, il valore delle opere messe sotto accusa; inoltre, era stata sentita una rappresentante dell’Afa, la potente associazione nazionale della famiglia, per spiegare, su istanza dell’accusa, che in quelle foto la «triangolazione compositiva era focalizzata sui genitali» e che non di arte si trattava bensì di un modo «per promuovere gli abusi sui minori». 

«Non ci sono state molestie ed eravamo presenti quando Robert scattava: ci aveva pregato lui stesso di rimanere», avevano dichiarato le madri dei due bambini fotografati da Mapplethorpe ai difensori, Louis Sirkin e Marc Mezibov. Lo stesso Barrie, incalzato dall’avvocato dell’accusa, ne era convinto: «Quelle foto sono moralmente innocenti: lo affermo come padre e come professionista museale».

Il 5 ottobre dello stesso anno, dopo due ore di discussione in camera di consiglio, gli otto giurati pronunciarono il verdetto: non colpevoli. Le ragioni dell’arte avevano trionfato su quelle della censura. Fu un giorno importante, che rivoluzionò il corso della cultura americana e che portò Cincinnati a diventare quella che è oggi: una delle città più Lgbtq friendly degli Stati Uniti. 

(Monica Zornetta, 7 Sette- Corriere della Sera, 10 aprile 2020)

Per leggere il pdf dell’articolo: mapplethorpe (2)