Meno male che c’erano i Clash. Così il punk salvò Newcastle

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Nei primissimi giorni di maggio del 1985, quando il lungo sciopero dei minatori britannici era ormai alle battute finali, i Clash avevano deciso di lasciare per un po’ il grigiore di Londra per tuffarsi in una pazza avventura al Nord. Un busking tour che cominciava nelle Midlands per terminare in Scozia.

Incoraggiato dall’energico manager Bernie Rhodes, il gruppo aveva voluto percorrere mezza Inghilterra in autostop, con sole dieci sterline in tasca e le chitarre acustiche in spalla, per andare a suonare nelle piazze, nei sottopassi, alle uscite delle metropolitane, nei clubs, nei pubs e sotto i ponti delle ferrovie di quelle città del North dove la sconfitta della classe lavoratrice (e la vittoria dei padroni), arrivata al termine di un durissimo anno di lotta, pesava più che altrove.

A partire da Nottingham, dove il tour era ufficialmente iniziato, Joe Strummer, Paul Simonon e gli altri, dopo ogni esibizione giravano con il cappello in mano tra gli sbalorditi spettatori per racimolare qualche soldo con cui vivere; di notte, si mettevano tutti a dormire sul pavimento di casa di qualche fan o dividevano la camera di bed & breakfast super economici o dove diavolo capitava.

I Clash in concerto al Bunker, Sunderland

I Clash erano allora la più importante (e la più ribelle) punk rock band britannica del pianeta: avevano rivoluzionato la musica con un’esplosiva miscela sonora di punk, rock’n’roll, reggae, dub, funk, rockabilly e con testi dal forte impegno politico in cui denunciavano il rischio nucleare, la brutalità della polizia, le diseguaglianze economiche e sociali, il classismo, il razzismo e le violenze del National Front, gli effetti antidemocratici dell’imperialismo americano. Vederli perciò suonare agli angoli delle strade, come degli anonimi buskers, era una cosa da non credere. Un evento clamoroso.

Dopo Nottingham erano arrivati a Leeds, nello Yorkshire, e dopo York erano approdati nel North East.

Sunderland, Newcastle upon Tyne, Gateshead: dal 10 al 12 maggio avevano eseguito “(White Man) In Hammersmith Palais”, “I Fought the Law”, “Police on My Back”, “White Riot” in piccole sale pubbliche e in locali fuori mano come il Salem bar di Sunderland, dove finirono per tracannare diverse pinte di birra e mangiare roast beef e patate arrosto insieme a un gruppetto di attivisti Labour appena rientrati da un volantinaggio anti-Thatcher.

Avevano suonato tra i disorientati ma curiosissimi passanti anche ai piedi del Grey’s Monument, uno dei simboli di Newcastle, e si erano esibiti in un paio di importanti music clubs autogestiti nella contea del Tyne and Wear: il Bunker, ancora nella cittadina portuale di Sunderland, e lo Station, a Gateshead, sul lato sud del fiume Tyne. Quest’ultimo era un ex circolo sociale della Polizia trasformato in un ampio spazio per la musica live dal Gateshead Music Collective, un gruppo locale di anarco-punks.

Racconta anche questa leggendaria tappa dei Clash nella Geordieland (un anno prima del loro scioglimento) la mostra fotografica, di documenti originali e di memorabilia, “Tyne & Wear Music/Youth Collectivism from the 1980s and Beyond”, che si chiude il 16 dicembre al NAC-Newcastle Contemporary Art di Newcastle Upon Tyne.

La band di “London Calling” e di “Sandinista” non ne è però il focus: a parlare, anzi, a gridare in ogni parete, e in ogni centimetro quadrato dello spazio d’arte contemporanea, è la storia per immagini, dischi, fanzines, musicassette pirata, flyers, manifesti, video di un movimento musicale e politico che in questo territorio ha risposto con la creatività, l’inclusività e la partecipazione alle ingiustizie economiche e sociali che la comunità subiva.

Alcuni scatti tratti dal libro “The Station” di Chris Killip

Creando sacche di resistenza e di azione (sul fronte dei diritti civili, degli animali e dell’ambiente), i collettivi musicali giovanili anarco-punks del Tyne and Wear hanno messo in atto pratiche che, ne sono convinti i curatori, possono rivelarsi utili ancora oggi per aiutare questo complesso Nord Est – così ben raccontato da Ken Loach in numerosi film – ad affrontare le sfide della contemporaneità. Parliamo di un’area sfregiata dalle diseguaglianze economiche, sanitarie e sociali; vittima di politiche del lavoro incentrate sulla distruzione delle sue industrie e delle prospettive plurali; colpita più di altre da un senso di isolamento e di abbandono da parte delle istituzioni centrali; ulteriormente ferita dai tanti tagli ai fondi regionali provocati dal Brexit.

Il punk britannico è stato, fin dal principio, anti-establishment, anti-mainstream e anticommerciale.

La sua diffusione era coincisa con un periodo di declino economico del Paese, con crescenti disordini sociali e con la consapevolezza dei giovani che ad attenderli ci sarebbe stato un futuro tetro e problematico.

Negli anni Ottanta, nel Tyne & Wear, tre importanti spazi collettivi culturali e musicali nati nel pieno disincanto, nella rabbia e nella disperazione seguite alla rapida deindustrializzazione della regione, accoglievano giovani punks senza lavoro e spesso senza fissa dimora.

La mostra ci racconta quindi in che modo lo Station, il Bunker e il Garage, quest’ultimo ricavato in un ex magazzino in disuso nel centro di Newcastle, hanno influenzato non solo la libera circolazione di una specifica subcultura – con la contaminazione di musiche e di idee tra punk bands emergenti e altre più affermate o decisamente famose, come Poison Girls, Newtown Neurotics, Reptiles e, appunto, Clash -, ma anche nella vita stessa delle persone, divenendo parte integrante della storia del territorio.

Una potenza di cui era consapevole anche il celebre fotografo della Magnum, Chris Killip, che nel 1985 aveva voluto immortalare la scena musicale che si concentrava allo Station in un serie di scatti dal notevole impatto visivo, nel 2020 riuniti nel libro “The Station” (Steidl Publisher): parte di queste foto sono esposte al NAC.

Killip, nato nel 1946 nell’Isola di Man e scomparso nel 2020 a Cambridge, Massachusetts, autore di bellissimi reportages fotografici sulle crude esistenze della working class del Nord Est a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso (lavori per cui ha vinto premi importanti come l’Henry Cartier Bresson Award e che fanno parte dell’archivio della Martin Parr Foundation), «ammirava i musicisti che componevano i collettivi», ricorda a “Domani” Mary Halpenny, fotogiornalista americana del Nebraska, per vent’anni moglie del Maestro, «perché, diceva, agivano in modo egualitario e inclusivo. Come Chris, anche loro appoggiavano la lotta dei minatori che si era appena conclusa e nonostante la gran parte non avesse un’occupazione stabile, riusciva sempre a trovare il modo di contribuire alla causa».

Che quelli non fossero posti come gli altri lo aveva ricordato lo stesso Chris Killip nella prefazione al libro: “Quando sono andato per la prima volta allo Station, nell’aprile 1985, sono rimasto stupito dall’energia e dalle sensazioni che riempivano quel luogo. […]. Ogni sabato, quando potevo, ci andavo a fotografare. Nessuno mi ha mai chiesto da dove venissi o chi fossi. Ero un trentanovenne con i capelli bianchi tagliati corti, che indossava sempre un abito con le tasche cucite all’interno della giacca per tenere le mie diapositive. Con una fotocamera 4 x 5 intorno al collo, un flash Norman e la batteria intorno alla vita, dovevo essere sembrato come appena uscito da un B movie degli anni Cinquanta. In quell’anno lo sciopero dei minatori si era appena concluso e c’era un sacco di disoccupazione tra i giovani: lo Station, gestito come un collettivo molto inclusivo, era davvero importante per loro e per la loro autostima”.

Monica Zornetta (Domani, 12 dicembre 2023)

Il pdf: 2023-12-11-DOMANI-NAZIONALE-DOMANI-15.pdf

Il link: https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/meno-male-che-cerano-i-clash-cosi-il-punk-salvo-newcastle-l4iuu53j