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Sono giovani, qualcuno appena maggiorenne, hanno facce pulite, niente piercing né tatuaggi. Spacciano droga nelle discoteche che gestiscono tra il Veneto e la Lombardia e ricorrono alla violenza più cieca, talvolta spingendosi fino alla morte, per controllare il territorio e imporre ai propri connazionali, originari soprattutto dello Zheijang, le dure regole della gang.

E’ l’identikit dei nuovi criminali cinesi, quelli che negli ultimi anni hanno silenziosamente conquistato il Nord Italia a colpi di pasticche di ecstasy e di polvere di ketamina, di armi bianche e di kalashnikov, soppiantando le rapine e le estorsioni con cui tradizionalmente assoggettavano commercianti e ristoratori.

Ventuno di loro, compresi due albanesi di 30 e 32 anni, i fornitori cioè delle armi da fuoco che utilizzavano nei raid, sono stati arrestati nel marzo scorso dalla Polizia su ordine della Procura di Milano con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga e di armi.

Il capo mandamento, Hua Yi Liu, detto Fei Zhou – appellativo che in lingua cinese significa “Africa” – , 28 anni, viveva a Padova; il suo vice, Yi Lin, 35, conosciuto anche come Xia Mei, a Milano. Intorno a loro gravitavano moltissimi connazionali, compresa la giovane compagna di Fei Zhou, la 24enne Yanyan Ji, soprannominata Stefania, anch’essa residente nel capoluogo euganeo, finita in manette perché ritenuta un soggetto sostanziale per l’organizzazione. Alla donna, secondo gli inquirenti, spettava il compito di gestire la discoteca padovana “Arancia meccanica” (che fungeva da base per i capi “milanesi” in trasferta in città nonché da “piazza” per lo spaccio al minuto della droga), e di predisporre luoghi e mezzi per la sopravvivenza del sodalizio criminoso.

Un’attività, quella di Stefania, molto apprezzata dall’organizzazione tanto da far affermare a Yi Lin: “La droga proveniente da Milano deve essere trasportata a Padova perché qui le discoteche cinesi sono un mercato per lo spaccio molto più conveniente di quello dei locali milanesi”.

Non sempre, però, il lavoro certosino che implicava la ricerca delle “basi” andava a buon fine, come emerge ancora dalle intercettazioni. In un caso, per esempio, ad affiorare sono le preoccupazioni e le contrarietà dei sodali per la stipula del contratto di affitto di una discoteca tra Fei Zhou e un italiano. “L’italiano, socio al 35% – spiegava l’uno all’altro – non vuole apparire formalmente nella stipula, ma chiede di redigere una semplice scrittura privata presso un avvocato, in modo che, se dovesse succedere qualcosa, il suo nominativo non emergerebbe. Ma a noi – concludevano – non conviene”.

Nel piazzale antistante l’”Arancia meccanica”, la notte del 3 novembre 2007 era avvenuta una sparatoria che aveva attirato l’attenzione delle forze dell’ordine: un componente della banda era stato ferito in quello che, da subito, era apparso come un regolamento di conti tra gruppi criminali.

Wei Tang, detto Da Yu, aveva raccontato agli agenti di essere rimasto vittima di una rapina commessa da due marocchini. Ma la Polizia non gli aveva creduto e lo aveva arrestato. L’uomo, infatti – è quanto avevano successivamente accertato le indagini – era stato colpito al gluteo da un ex membro del sodalizio che non aveva accettato di essere estromesso dalla gestione della discoteca e, naturalmente, dai lauti guadagni che derivavano dallo spaccio.

“Questo non è stato l’unico episodio violento che ha avuto per protagonisti cittadini asiatici – spiega il dirigente della Squadra mobile di Padova, Marco Calì –. Dal 2007 si sono succeduti risse e accoltellamenti soprattutto nelle discoteche e nei locali di loro gestione, frequentati esclusivamente e con assiduità da connazionali, spesso appena maggiorenni: calcoliamo che alle feste danzanti arrivassero trecento, quattrocento persone da tutto il Nord Italia con un guadagno di 4 mila euro circa a sera”.

L’inchiesta che ha portato agli arresti di marzo era partita tempo prima da Milano, dove, nell’estate del 2007, un gruppo di orientali aveva stuprato una minorenne in un parco cittadino. Le intercettazioni che ne erano seguite avevano consentito alla polizia di bloccare, sempre a Milano, una Bmw con a bordo quattro cinesi, all’interno della quale erano stati nascosti un fucile mitragliatore kalashnikov AK47, ceduto loro dagli albanesi, e poi venti cartucce calibro 7.62 Nato oltre a qualche dose di ketamina. Tutto materiale destinato ad essere utilizzato a Padova.

“E’ in corso una vera e propria guerra per bande per controllare il traffico dell’ecstasy e della ketamina (caramelle, bottoni, ken, glutammato, come li chiamavano quelli dell’organizzazione, ndr) lungo l’asse Milano-Padova – prosegue Calì – : da una parte ci sono quelli della mala asiatica attivi nel capoluogo lombardo, dall’altra, i “padovani”. Al servizio hanno numerosi “soldati”, che loro chiamano “bambini”. Nel caso questi fossero incappati nelle maglie della giustizia, le organizzazioni, come è usanza nelle mafie tradizionali ma anche nelle formazioni terroristiche di tutto il mondo, attivavano una rete di solidarietà economica destinata ai detenuti e ai loro famigliari.

Una guerra, la loro, che si combatte con la violenza ma anche aprendo, ogniqualvolta la Polizia li chiude, esercizi pubblici nell’intera provincia. Quando all’Arancia meccanica erano stati posti i sigilli, la gang del boss Fei Zhou – per lui il pm meneghino, Silvia Perrucci, ha chiesto 20 di reclusione – si era immediatamente insediata al Caffè Madrid. Ma solo per poco: un ennesimo blitz della Mobile aveva portato al sequestro di droga e armi e, di fatto, alla sua chiusura.

Stessa sorte era toccata a un circolo dell’immediata periferia mentre all’”Eurobar”, nel centralissimo corso del Popolo, gli agenti avevano pure stretto le manette ai polsi al gestore, Shengling Hu, 38 anni, conosciuto come Marco.

“Dopo questi fatti, avevamo avuto notizia che dei nuovi gruppi, ancora più pericolosi, si erano stabiliti a Padova. E le nostre indagini avevano confermato tali sospetti. Si trattava di bande composte in prevalenza da giovani, tutti sui venti, ventidue anni, molto violenti e privi di scrupoli. Nel corso di un nostro intervento ne abbiamo controllati e arrestati parecchi: la gran parte era clandestina e arrivava dalla Lombardia.

“La città del Santo stuzzica gli appetiti famelici delle mafie gialle provenienti da Milano – afferma ancora il dirigente -: ora non ci sono più dubbi. Qui si sono bene organizzate: vivono e operano sotto traccia. Tra l’altro possono contare sull’aiuto di soggetti insospettabili: recentemente abbiamo scoperto che il titolare una ditta, un cinese poi arrestato, si occupava di fornire falsi permessi di soggiorno ai propri connazionali con l’aiuto di un commercialista di Rovigo”.

Sempre più numerosi in città e, da qualche tempo, anche nella più tranquilla provincia, i cinesi investono denaro in esercizi commerciali, in fabbriche clandestine o semiclandestine, soprattutto tessili e pelletterie, in ambulatori medici abusivi, spesso ricavati nei sottoscala, dove, in condizioni igieniche spaventose, garantiscono ai propri connazionali prestazioni mediche di tutti i tipi: dalle trasfusioni di sangue alle interruzioni di gravidanza, dalle estrazioni di denti a svariati interventi chirurgici. “In più si occupano del collocamento al lavoro dei propri connazionali: quando c’è bisogno di personale per brevi periodi – aggiunge Calì –, le organizzazioni procurano operai privi di permesso di soggiorno che vengono “stoccati” in appartamenti e poi distribuiti nelle varie aziende. Uno di questi centri di raccolta era stato allestito in un appartamento del centro storico, al terzo piano. Il via vai era continuo, di giorno e di notte, ma nessuno degli inquilini aveva notato nulla. Al momento della nostra irruzione, di notte, erano presenti diciassette cittadini entrati clandestinamente nel nostro Paese e due kapò. Questi ultimi, per la verità, non erano fisicamente nell’appartamento: per individuarli abbiamo dovuto affacciarci alla finestra e guardare di sotto. I due stavano lì, in silenzio, aggrappati al davanzale con le dita ormai anchilosate. Tirati su, non abbiamo potuto fare altro che ammanettarli e portarli in Questura”.

Monica Zornetta (Narcomafie, 2009)