Quei bianchi uccisi e sepolti dal Ku Klux Klan prima di #blacklivesmatter

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10/04/2020

La prima volta che Robert Bob Moses, il giovane e carismatico segretario del Comitato di coordinamento studentesco non violento (Sncc), propose al suo staff di organizzare un grande progetto estivo per aiutare gli afroamericani del “profondo Sud” a registrarsi al voto, trovò più di qualche difficoltà. In quel 1963 ormai al tramonto, non tutti, nel comitato, erano d’accordo con la sua idea di reclutare centinaia di volontari bianchi, provenienti dall’agiata costa Est, per sostenere la dura battaglia per i diritti civili che i neri del segregato South stavano da anni combattendo. Il loro timore era che la presenza bianca fosse controproducente alla causa soffocando lo sviluppo di una generazione di leaders locali.

Dopo qualche mese di discussione, tuttavia, la sua idea passò e nel giugno 1964 poco più di ottocento volontari tra studenti, insegnanti, autorità religiose, avvocati, medici, attivisti – il 90% dei quali bianchi – si diedero appuntamento al Western College for Women (oggi parte della Miami University) a Oxford, in Ohio, per dare inizio al “Freedom Summer Project” che di lì a qualche settimana li avrebbe portati a registrare gli elettori black e a compiere azioni di protesta non violenta nello Stato più razzista e brutale d’America. Laggiù, infatti, intensa e impunita era l’attività del Ku Klux Klan che terrorizzava, torturava, arrestava e linciava quei cittadini afroamericani che tentavano di esercitare pacificamente i propri diritti.

Non mancava molto alle elezioni del 3 novembre 1964 – quelle in cui il presidente uscente, Lydon B Johnson, trionferà sul conservatore Barry Goldwater – e la nazione che solo da poco aveva visto nascere un grandioso movimento per i diritti civili, stava pericolosamente rischiando di spaccarsi, ancora una volta, sulla questione delle diseguaglianze razziali. Dal 14 al 27 giugno, Bob Moses, al tempo anche condirettore del Cofo, il Consiglio delle organizzazioni federate che operavano al Sud di cui faceva parte Martin Luther King, tenne insieme con altri attivisti dello staff numerose sessioni di formazione che prevedevano canti, assemblee e workshops (tra i temi: la segregazione, le tecniche di difesa passiva, le procedure di registrazione al voto) al termine dei quali i partecipanti avrebbero raggiunto, chi in bus e chi in auto, il Mississippi.

«Io e mia moglie Betty arrivammo ad Oxford freschi di laurea per prendere parte alla prima settimana di training e lavorare poi nel voting project”, ricorda Mark Levy, 81 anni, insegnante newyorchese oggi in pensione, memoria storica della Mississippi Freedom Summer e tra i più attivi veterani per i diritti umani in America, «ma, una volta lì, gli organizzatori ci proposero di diventare coordinatori della Freedom School che stavano allestendo a Meridian. Moses ci ripeteva che quello che ci apprestavamo a fare era molto pericoloso, che nel Mississippi avremmo scoperto un’altra America, completamente diversa da quella che conoscevamo: un’America segregata ed esclusa dalla protezione del governo federale. Nella prima settimana di orientamento conobbi gli altri membri del gruppo che si preparava ad intervenire nell’area di Meridian: tra loro anche James Chaney, Andrew Goodman, che seppi essere uno studente del mio stesso college, e Michael Schwerner, del cui fratello ero stato amico molti anni prima. Stavano per raggiungere la contea di Neshoba dove, ci spiegarono, avrebbero dovuto raccogliere informazioni sull’incendio di una chiesa metodista, una delle tante che quell’estate bruciarono in tutto il Mississippi», racconta Levy. La notizia della loro scomparsa (che ha ispirato il film di Alan Parker, “Mississippi Burning”) fece alla svelta il giro del Western College. Durante una riunione convocata in fretta e furia nell‘auditorium, Moses e gli altri dissero ai volontari che da 24 ore nessuno aveva più avuto notizie di James, Andrew e Mickey: da quando avevano lasciato Oxford non avevano ancora chiamato l’ufficio del Cofo, come invece prevedeva il protocollo. «La cosa ci sconvolse tutti e io e Betty partimmo con un peso sul cuore. A Meridian rimanemmo per l’intera l’estate, alternandoci tra il coordinamento della Freedom School e l’assistenza alle registrazioni di voto. Vivevamo tra la comunità nera, nella casa di Mr. e Mrs. Turner, persone coraggiose che ogni giorno rischiavano la vita per noi; la gran parte dei bianchi, invece, ci teneva a distanza: una volta un gruppo di loro arrivò persino ad impedirci l’ingresso nella sinagoga durante lo Shabbat».

I cadaveri dei tre ragazzi furono ritrovati in una palude il 4 agosto: lo stesso giorno in cui Patti Miller, allora studentessa dello Iowa, mise piede a Meridian e in cui la sorella di Chaney, incinta, perse il figlio per il troppo dolore. «Frequentavo la Drake University a Des Moines, collaboravo con la Wesley Foundation e conoscevo la terribile realtà del profondo Sud. Nel Mississippi ci andai con il sostegno dei miei genitori: erano molto preoccupati ma sapevano che era la cosa giusta da fare», rievoca Miller, ex collaboratrice di Martin Luther King nel progetto “End Slums” e oggi documentarista e veterana del movimento per i diritti civili. «Quel giorno di agosto, appena ci informarono del ritrovamento, cominciammo ad organizzare i funerali di James Chaney, nativo di Meridian; poi camminammo lungo le strade che attraversavano i quartieri neri, tra le case e le strade fatiscenti, distribuendo volantini con cui invitavamo la comunità a partecipare. Il giorno del funerale fu una esperienza potente per tutti: arrivammo in chiesa marciando in silenzio e con le lacrime agli occhi, e quando tutto finì, il buio, fuori, era diventato impenetrabile. La passeggiata per tornare a casa fu davvero spaventosa». La giovane Patti lavorò per tutta l’estate al locale Community Center, insegnando a leggere e a scrivere agli adulti, fornendo informazioni sanitarie, pediatriche e di storia afroamericana; anche lei, come gli altri volontari del progetto, viveva con una famiglia del posto: «Capitava spesso, di notte, che i Kluxers sparassero alle finestre delle case più isolate, specialmente in campagna, e così noi, per non farci colpire, dormivano sul pavimento”. Di ciò che accadde in quei mesi in Mississippi molto scrissero e raccontarono i media americani, soprattutto perchè la gran parte dei volontari – Goodman e Schwerner compresi – era bianca e newyorchese. L’estate del Freedom Summer Project si concluse con una ottantina di attivisti feriti (tra loro anche un rabbino, colpito al viso con un ferro da stiro) di cui una trentina con armi da fuoco, oltre mille arrestati, sei persone morte e più di sessanta tra case, chiese, uffici dati alle fiamme o fatti saltare in aria.

Monica Zornetta (Sette-Corriere della Sera, 27 novembre 2020)

CRONACA ZORNETTA

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