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Andrea Tomat è uno di quei manager che non amano le chiacchiere. Lavora sodo ma con il cuore e il cervello sempre accesi, che poi è così che ormai trent’anni fa il Veneto ha potuto vivere quello sviluppo strepitoso che gli esperti hanno definito, prendendo a prestito il termine dalla teologia, miracolo.

E di questo miracolo, lui, udinese classe 1957, è stato uno dei più convincenti protagonisti: dapprima fondando insieme con l’imprenditore trevigiano Adriano Sartor l’azienda Stonefly, pluripremiata nel mondo per le innovazioni che contraddistinguono i suoi prodotti, successivamente rilevando e rilanciando uno dei marchi storici della calzatura sportiva italiana, la Lotto. Di entrambe Tomat ricopre le cariche di presidente, direttore generale e azionista.

Non ama le teorie, anche recentissime, di certi professori di Economia che vedono in quello industriale italiano “un sistema a nanismo diffuso” dove ad un alto numero di partite Iva non corrisponde un altrettanto elevato livello di innovazione del sistema stesso. “E’ vero che in Italia mancano le grandi imprese ma un motivo, per questo, c’è: è l’assenza di sistemi sociali stabili e di interlocutori affidabili. Ricordiamo che nostro il sistema ricorre ad una tassazione del 50 per cento in più di quella applicata dagli altri Paese europei: capite bene che una condizione come questa sia di grande ostacolo alla crescita. Nonostante tutto, però, il nostro impianto manifatturiero è capace di misurarsi con quello tedesco, unanimemente conosciuto per il rapporto privato-cittadini-stato e per un sistema paese che funziona con efficienza, competenza, affidabilità e rapidità. L’Italia è come una mandria di cavalli che deve andare in corsa come gli altri ma portando il 50 per cento di peso in più degli altri: detto questo, non possiamo non riconoscere che è stato un miracolo essere riusciti a competere”. E ad arrivare, nonostante la crisi, a conquistare sempre nuovi pezzi di mercato estero, proprio come è accaduto alla sua Stonefly, da tempo presente nel sud Europa e in Turchia e, di recente, anche nell’area del Golfo.

Dal suo ufficio con vista sul Montello e sui boschi dei colli asolani, al terzo piano del complesso futuribile che ospita l’azienda che ha inventato il cuscinetto in gel nascosto nella suola, Tomat osserva, assai preoccupato, la riacutizzazione di quella crisi che sembrava essere in fase di superamento ma di cui invece, da qualche giorno, si è ricominciato a non scorgerne la fine. “Pareva che la parte più difficile, quella più dura, sofferta, fosse ormai alle nostre spalle: e lo dico pensando al contesto in cui mi trovo, il nordest, il cui focus è sempre stato sull’economia reale, fatta di produzione e di esportazione dei prodotti, di settori tradizionali che con gli anni si sono innovati inglobando le nuove tecnologie legate all’elettronica, all’informatica, alla meccatronica e, inoltre, conservando una forte capacità combattiva soprattutto – visto il crollo della domanda interna – sui mercati esteri. Ma la nuova tensione che le borse stanno registrando di questi giorni, una tensione provocata dall’incertezza dei sistemi bancari e da una governance mondiale ed europea debole e incapace di assicurare stabilità alle piazze finanziarie, sta suscitando grandi preoccupazioni. I mercati ritengono che ci vogliano strumenti più adeguati per affrontare i problemi delle non performing loans (i crediti in sofferenza, ndr) e difatti le banche sono allo stremo: se passa la percezione che si voglia ulteriormente far gravare su di loro il costo della ristrutturazione, qui rischiamo un altro tragico 1929”.

E le popolari venete? Qual’è il loro destino? Legate a doppio filo ai piccoli e medi imprenditori locali, due di queste, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, stanno oggi percorrendo tristemente il patibolo. La soluzione per evitarne la fine starebbe, a detta del manager, proprio nel loro ingresso in borsa. “Le banche si devono quotare: cosi è stato imposto dagli organi di vigilanza, pena la liquidazione”, spiega. “Non vi è alternativa alla quotazione se non pensare a come convincere potenziali investitori. Certo, l’auspicio è di avere condizioni favorevoli, e cioè mercati meno volatili, regole certe, condizioni incentivanti; è quanto serve per allettare chi deve assumersi rischi importanti legati a contesti di per sé insicuri. Sembra normale che sia questo ciò che devono fare regolatori e autorità, e tuttavia i mercati diffidano, gli investitori dubitano di organi confusi e incerti sulle regole e sulla loro applicazione. Speriamo bene: non ci resta che incrociare le dita”.

Non è d’accordo con il premier Renzi quando batte i pugni sul tavolo europeo contro l’austerity e ritiene che l’Italia possa andare a Bruxelles a ribadire la necessità di un cambiamento del sistema europeo soltanto se comincia essa stessa a fare pulizia al proprio interno: “Bisogna combattere le malversazioni e le distrazioni di fondi, fenomeni che raggiungono livelli gravi, per non dire patologici, nel centro sud, riqualificando la spesa, migliorandone la qualità, rendendo il sistema più efficace e introducendo il concetto di responsabilità sociale, già esistente per l’impresa, anche per chi gestisce la pubblica amministrazione”, suggerisce l’ex presidente di Unindustria Treviso, della Confi

ndustria veneta e di Fondazione Nord Est, l’organismo nato come interlocutore dell’Unione europea per rafforzare la competitività internazionale del territorio. “In questo dobbiamo essere intransigenti. Renzi ha ragione quando sottolinea alla Francia e alla Germania che le regole devono essere applicate a tutti allo stesso modo e che non ci devono essere privilegiati: la Germania, per esempio, nonostante abbia approfittato della sua posizione di leader nello scacchiere europeo, non ha certamente esposto tutte le situazioni negative che connotano anche quel sistema. La gestione centrale della Ue deve essere più agile: avremo bisogno di una vera federazione, con meno funzionari e maggiore efficienza. E’ giusto dunque che l’Italia esprima le proprie critiche, ma, contemporaneamente, è doveroso che  cominci a fare una energica pulizia dentro di sé”.

L’Europa che si sta svelando in questi mesi assomiglia sempre più ad una sottilissima lastra di ghiaccio che sembra frantumarsi poco a poco sotto il peso dei nostri passi. E la questione degli sbarchi dei migranti, evidenzia Tomat, ne è l’ennesima, allarmante dimostrazione.“La comunità europea si è mossa molto male nei confronti nostri, della Grecia e della Spagna, di Paesi insomma che sono in prima linea e che hanno supportato a proprie spese la prima operazione di contenimento del fenomeno. La guida da parte di Bruxelles si è rivelata fallimentare, è mancata una governance lucida e unita e così la capacità di trovare una soluzione importante. I presidenti delle commissioni dovrebbero interrogarsi su queste cose e sancire che chi ha sbagliato deve andare a casa. E’ questa la cosa buona da fare, anziché ventilare di sospendere Schengen”.

Monica Zornetta (Avvenire, 1 marzo 2016)