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In quale modo interagiscono città, natura e clima? Quanto contano le turbolenze atmosferiche nella progettazione di spazi urbani vivibili e sostenibili? «Ma possiamo chiederci anche: che cosa succederebbe a New York se rimuovessimo Central Park? E a Milano, Roma o Torino, se eliminassimo i parchi? Finché non conosceremo con esattezza gli effetti che le concentrazioni di alberi e giardini hanno sulla qualità dell’aria, sulle temperature e sul clima, non riusciremo a pianificare città realmente green per tutti». Ad affermarlo è il 36enne ingegnere vicentino Marco Giometto, professore di Ingegneria alla Columbia University di New York, dove è direttore del Laboratorio di Fluidodinamica ambientale, che da qualche anno studia questi fenomeni e le loro interazioni con l’ambiente urbano e naturale grazie a specifici modelli previsionali “multi-uso” da lui ideati.

«Costituiti in parte da dati di campagne sperimentali e in parte da teorie della fisica, questi modelli, utilizzabili anche in ambiti diversi dal nostro – penso a quello geofisico e a quello ingegneristico, al biologico e delle tecnologie energetiche – ci permettono di misurare le quantità di inquinamento, di energia termica, di umidità presenti nell’atmosfera e il modo in cui esse variano a seconda delle geografie e dei materiali che compongono la superficie terrestre», spiega al telefono dal suo appartamento di Manhattan, dove vive dal 2018 dopo aver concluso il dottorato all’École Polytechnique Fédérale di Losanna e gli studi post dottorato alla Stanford University, California, e alla British Columbia di Vancouver, Canada.

«Quale impatto avranno sulle montagne, sulle foreste, sui mari, le big cities del futuro? Che tipo di politiche dovranno varare i governi delle regioni e degli Stati per costruire luoghi più sostenibili nell’utilizzo delle risorse e più vivibili per le persone? Con quali criteri va distribuita la vegetazione nelle città che verranno? Con quali materiali dovranno essere realizzate per limitare, ad esempio, le isole di calore o i venti eccessivamente forti? Ancora non lo sappiamo, ma per rispondere, in parte, a queste domande, pianteremo presto una piccola foresta naturale nel Bronx e ne studieremo gli effetti attraverso campagne di misura e modelli numerici; si tratta di problemi particolarmente sentiti in tutti gli Stati Uniti, dove i centri urbani registrano un’alta densità di popolazione e di servizi e dove è enorme l’impronta lasciata nell’ambiente naturale», continua l’ingegnere veneto, che grazie alle sue ricerche innovative è stato tra i finalisti del prestigioso Embassy of Italy Award dell’Issnaf, l’organizzazione che promuove la cooperazione scientifica, accademica e tecnologica tra ricercatori e studiosi italiani che operano in Nord America e in patria.

«Non ho vinto il premio ma già trovarmi nella rosa dei tre finalisti è stato un bellissimo risultato, anche per la Columbia University, che mi ha sempre sostenuto. Poiché gli studi sulle relazioni di reciprocità tra le città e l’atmosfera sono al centro dei temi della sostenibilità e della resilienza ambientale, con il mio laboratorio stiamo cercando di capire come e quanto la geometria dei materiali e delle superfici è in grado di influenzare il trasporto di inquinanti, temperatura e umidità. Il tutto, sempre considerando l’aspetto etico-sociale e le ricadute pratiche che il nostro studio può avere sul territorio». Sebbene la comunità scientifica internazionale concordi nel riconoscere che la sostenibilità in ambiente urbano è la chiave per raggiungerla anche a livello locale e globale, le cose al momento non stanno così «perché sono soprattutto i residenti dei quartieri più ricchi a poter godere di aree verdi, di spazi salubri, mentre a chi vive nelle grandi periferie viene in genere preclusa questa preziosa possibilità».

Figlio del direttore di Neurologia dell’Ospedale Santa Chiara di Trento e di un’insegnante di Sandrigo, fratello di un professore di Ingegneria civile e ambientale alla Cornell University di Ithaca (New York) e fidanzato con una delle Program Managers del Dipartimento di Polizia di Vancouver, Giometto sta raccogliendo i risultati del suo importante lavoro scientifico cominciato ai tempi dell’Università, a Padova. «Il mio studio sulle turbolenze, partito nel 2010, ha suscitato anche l’interesse di Amazon, che nel febbraio 2021 mi ha invitato a partecipare all’Amazon Visiting Academic program, un nuovo programma ideato per facilitare collaborazioni con professori universitari. Al momento lavoro part-time con i loro ingegneri per sviluppare droni che in futuro permetteranno il trasporto dei pacchi in ambienti rurali e nelle città, evitando il traffico. Sto sviluppando modelli numerici che aiutano a capire gli effetti che la turbolenza atmosferica ha sui droni, per renderli più stabili e sicuri».

Pensa di poter tornare un giorno a lavorare in Italia? «Mi piacerebbe molto, ma il nostro Paese, sfortunatamente, non offre tante opportunità per chi lavora nel campo accademico e della ricerca: è un vero peccato perché se oggi sono qui dove sono a dirigere un laboratorio così prestigioso è anche per il tipo di istruzione che ho ricevuto in Italia. Ho avuto la fortuna di avere ottimi insegnanti che mi hanno motivato e trasmesso la passione e la curiosità per le scienze matematiche e fisiche», riflette. «Sono pienamente convinto che fin da piccoli sia fondamentale avere docenti capaci di motivare gli studenti, ma mi pare che l’Italia da un po’ di tempo si sia arresa e abbia smesso di fare un buon lavoro in questo senso, che non punti più sugli insegnanti, sulla scuola pubblica, sul lavoro formativo ed educativo: che non punti più, insomma, su tutto ciò che significa futuro».

Monica Zornetta (L’Economia Civile – Avvenire, 26 gennaio 2022)

https://www.avvenire.it/economiacivile/pagine/a-new-york-progettiamo-il-futuro-green-delle-citt