Urbanistica post pandemia. Meno negozi e più ristoranti: città ridisegnate dalla “fase 3”

Cavallino Treporti, una settimana agli angeli del Covid
24/06/2020

La fase 3, che in queste settimane sta polarizzando le iniziative della politica e delle parti sociali, non riguarda solo la tanto auspicata (quanto complicata) ripresa economica, ma anche il consolidamento di abitudini, di equilibri e di significati nuovi, per l’individuo e per la collettività. La pandemia ha portato la casa – ambiente fisico e simbolico denso di implicazioni psichiche – al centro del discorso: basti pensare che durante il lungo lockdown ciascuno di noi l’ha vissuta in maniera differente, e se per molti si è trasformata in un rassicurante nido, per altri in un’asfissiante prigione.

«La casa è il luogo cruciale del futuro prossimo». E’ quasi categorico Sergio Benvenuto, 72 anni, psicoanalista italiano tra i più noti anche all’estero e grande indagatore del concetto di Reale, quando spiega che «il Covid non porterà a mutazioni repentine della società: ha solo accentuato e accelerato delle dinamiche che erano già in corso e che noi percepivamo poco per via della loro lenta continuità. Una su tutte è quella che ho chiamato estizzazione della vita (da Estia, la dea greca del focolare, ndr), cioè la domesticazione di tutto ciò che prima facevamo in pubblico: lavoro, istruzione, intrattenimento, shopping e (in parte) relazioni sociali».

Per l’allievo di Elvio Fachinelli, uno dei maggiori rappresentanti della psicoanalisi italiana del Novecento, nella casa, e intorno a essa, si svolgeranno molte delle sfide che riguardano l’economia, la cultura, l’architettura, l’urbanistica: la nostra vita, insomma, e quella dell’ambiente. «Le case, quando possibile, dovranno essere molto grandi per poter ospitare quasi tutte le nostre attività e dovranno avere – lo abbiamo capito durante il lockdown – un giardino, un orto o semplicemente un terrazzo o un balcone; dall’altro lato, i centri storici delle città subiranno un altro colpo fatale poiché sarà sempre  più complicato abitare in luoghi affollati e con imponenti problemi di traffico, di trasporto urbano, di inquinamento: si guarderà sempre più al modello dei suburbs americani, cioè agli ordinati sobborghi immersi nel verde. Sono realtà che nulla hanno a che spartire con le desolate periferie italiane, e difatti nei suburbs vive il ceto agiato».

Intorno a questa estizzazione del nostro stile di vita ruoterà, dunque, anche l’economia. «La possibilità di acquistare abiti, cibo, libri on line, mi fa intravedere un futuro molto nero, ancor più nero di quanto non sia oggi, per i negozi tradizionali di abbigliamento e di alimentari, per le librerie e gli outlets», preconizza Benvenuto; «viceversa, sono molto ottimista sul futuro delle aziende che si occupano di home delivery e di logistica, delle botteghe artigiane – ma solo se puntano all’ altissima qualità e se aiutate dallo Stato – , per i ristoranti, i bar, i teatri. Se oggi un ragazzo mi dovesse chiedere su quale business è preferibile puntare, gli suggerirei di aprire un ristorante, un bar, perfino un teatro: sono questi, infatti, i soli luoghi pubblici in cui le persone avranno la possibilità di entrare in relazione».

Qualità, piacere, gioco, incontro: molte persone cercheranno tutto questo quando decideranno di uscire di casa. «In altre parole: il divertimento, la movida. Nei teatri, per esempio, inseguiranno l’emozione del contatto diretto, quasi fisico, con gli attori». Se i cinematografi, spiega Benvenuto, «proprio per il fatto che propongono semplici immagini di cui possiamo godere anche nelle piattaforme streaming, sono destinati a divenire sempre più rari, a resistere saranno, invece, gli eventi, l’occasione mondana, il festival, il concerto esclusivo. Anche i locali pubblici che un tempo proponevano musica cambieranno (o, meglio, cambierà la loro funzione): non più solo musica, poiché ascoltabile anche su altre piattaforme, ma relazioni sociali. Grazie alla tecnologia», è la sua conclusione, «vedremo di persona solo coloro che vogliamo veramente vedere, e non più i colleghi o chi ci è imposto dai trasporti. Per chi ha tendenze cosmopolite, il vicino non sarà più colui/colei che abita accanto a noi o che occupa la scrivania a fianco della nostra, ma chi sentiamo ogni giorno on line, anche se vive in un altro continente».

Monica Zornetta (Avvenire, 29 giugno 2020)