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«Ho resistito per molto tempo a Kabul perché lì avevo il mio ristorante, aperto nel 2018 e diventato un punto di riferimento per le donne afghane e un luogo di conoscenza e di scambio per tutti: quando i Talebani sono arrivati in città, stavo preparando l’inaugurazione del mio secondo ristorante e avevo avviato un servizio di delivery che aveva riscosso un certo successo. Da quel 15 agosto, però, tutto si è interrotto: i Talebani hanno spazzato via non solo i miei progetti e i miei sogni ma anche la libertà, le speranze e il futuro delle donne e dell’intero Paese».

I bellissimi occhi neri di Zahra Ahmadi, 32 anni, la ristoratrice afghana e attivista per i diritti umani fuggita l’estate scorsa dal regime degli studenti coranici, a fatica nascondono la tristezza che accompagna i ricordi. E’ venuta in Italia, insieme ad altri duecento connazionali, grazie al ponte dell’Aeronautica militare allestito pochi giorni dopo la caduta del governo, ad agosto: a permetterle di salvarsi è stata la mobilitazione lanciata dal fratello maggiore Ahmed, un ex rifugiato politico divenuto chef e fondatore, con altri richiedenti asilo, della catena di ristoranti “Orient Experience”, segnalata anche da Michelle Obama nella serie Netflix “Waffles + Mochi” e da Stanley Tucci nel suo “Searching for Italy”. È Ahmed che traduce le parole della sorella.

«Per il suo impegno in favore dell’emancipazione femminile e per la resistenza contro i Talebani Zahra stava seriamente rischiando la vita», spiega l’imprenditore quarantenne arrivato a Venezia nel 2006 e raggiunto nove mesi più tardi dal resto della famiglia: padre, madre e cinque tra fratelli e sorelle. Ad eccezione di Zahra. «Lei, laureata in Ingegneria del volo, aveva voluto restare a Kabul per dare una opportunità di riscatto alle donne: con la caduta del governo, però, ha capito che doveva andarsene al più presto se voleva continuare a vivere. È rimasta quattro giorni in disperata attesa all’aeroporto e alla fine è riuscita a partire. È stata fortunata, glielo ripeto spesso, perché ci sono migliaia di altre persone che non sono ancora riuscite a lasciare il Paese».

Il cibo, per i fratelli Ahmadi, è cura, è conoscenza, è scambio ed è relazione. Ma è anche, appunto, resistenza, come spiega la stessa Zahra. «Il primo ristorante, La cucina di Sahar (Sahar Paz, dove Sahar sta per il suo soprannome, ndr), l’ho aperto in uno spazio di tre mila metri quadrati rimasto per molti anni abbandonato: si trattava di un ristorante francese più volte bombardato che nessuno aveva il coraggio di prendere in mano. Io e i miei collaboratori l’abbiamo sistemato per farne non solo un ottimo ristorante, forse il migliore di tutto l’Afghanistan, ma anche un hub culturale per donne, giovani e famiglie».

Ad un certo punto dell’intervista apre YouTube e mi mostra un breve video promozionale del suo ristorante. «Avevo 40 dipendenti, principalmente donne del posto, e fatturavo 45 mila dollari al mese; abbiamo fatto un grande lavoro in questi anni: abbiamo per esempio formato chef donne poi assunte dal ristorante. Ora, però, ciascuna di loro ha perso la possibilità di lavorare e di vivere dignitosamente, soprattutto perché i Talebani, con il loro Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, stanno limitando ogni giorno di più la partecipazione delle donne a qualsiasi sfera della vita pubblica».

Con l’aiuto del Rotary, alla giovane imprenditrice è stata di recente assegnata una borsa di studio della durata di cinque anni all’Istituto professionale alberghiero Maffioli di Castelfranco Veneto (Tv): Zahra avrà così l’occasione di imparare la cucina e la lingua italiana e allo stesso tempo insegnare la tradizione gastronomica afghana. «Insieme ci stiamo attivando con lo spin off di Cultura Italiae, cioè Solidarietà Italiae, per raccogliere e organizzare aiuti per il popolo afghano e, inoltre, grazie ad Opes Foundation, apriremo presto una ventina di nuovi “Orient Experience” in tutta Italia, cinque dei quali li voglio dedicare a lei», aggiunge il fratello.

«Il mio sogno è poter continuare il percorso che avevo cominciato nel mio Paese», ribadisce Zahra Ahmadi, «creando luoghi femminili, aiutando concretamente le migliaia di afghane evacuate in Italia, valorizzando i loro talenti e le loro esperienze. Vorrei che i luoghi che nasceranno non fossero solo ristoranti ma vere e proprie piattaforme di scambio, e vorrei coinvolgere in questo esperimento mia madre, anche lei chef, e le mie sorelle, una delle quali è stilista, per far conoscere all’Italia i tessuti, i ricami tradizionali del nostro Paese, l’arte e l’artigianato. Vorrei riuscire a combinare cibo, moda e cultura per creare occupazione e “seminare” nuovi granelli di libertà».

Monica Zornetta (Avvenire, 27 novembre 2021)